Come evitare i maltrattamenti nelle strutture educative?

“Un grammo di prevenzione vale quanto mezzo chilo di cura” Christina Maslach

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In passato ho lavorato come educatrice in un nido di infanzia e in un centro per l’autonomia per disabili adulti. Entrambe sono state esperienze professionali faticose, ma estremamente meravigliose. Per questo motivo, come professionista, i maltrattamenti in strutture educative e socio-sanitarie ai danni di bambini, studenti, anziani e disabili mi riguardano in prima linea.

È ora di un’attenta analisi.

Dietro agli abusi si nascondono competenze pedagogiche inesistenti, incapacità di gestire lo stress e un’inadeguata selezione del personale che sono propedeutiche a diversi tipi di violenze.

La maggior parte delle persone pensano che lavorare con i bambini o persone disabili sia facile. Credetemi, non è così. Questo lavoro è faticoso e scarsamente retribuito. E’ una professione sottovalutata che troppi pensano di poter svolgere senza una preparazione adeguata. La convinzione comune è: “Perché dovrei studiare per lavorare con i bambini? Basta la passione!”. Questo pensiero è molto pericoloso. Conseguentemente troviamo nelle strutture maestre che minacciano i nostri figli e i nostri anziani, non controllate nella loro formazione o spesso neanche formate senza nessuna supervisione.

Si riduce così uno dei lavori più belli del mondo.

Occorre pensare in termini di prevenzione. Il personale educativo deve essere qualificato e obbligatoriamente formato. Proprio su questa scia si ispira la legge Iori, attualmente in discussione al Senato, che disciplina la professione di educatore e pedagogista, rendendo obbligatoria la laurea. La normativa si fonda sul principio secondo cui una scarsa preparazione può essere inadeguata e deleteria.

Nel percorso di formazione, le università devono incrementare i loro piani didattici. Nei corsi di laurea attuali ci sono delle gravi carenze. Ad esempio non si insegnano le strategie per gestire una classe problematica o come si svolge il lavoro educativo all’interno di un centro di aggregazione per disabili. La pratica teorica deve essere maggiormente affiancata all’azione pratica attraverso un aumento delle ore di tirocinio svolte in vari servizi per rafforzare le competenze in riferimento ai diversi ambiti (nido, comunità, RSA, lavoro domiciliare). Occorre supervisionare ogni singola esperienza e ipotizzare di avere la possibilità di fermare lungo il percorso formativo chi non mostra determinati requisiti richiesti da questa professione. Il lavoro educativo non è per tutti e lo dimostrano gli ultimi episodi di abusi. Con il termine formazione mi riferisco anche ai corsi di aggiornamento come la decostruzione pediatrica, le pratiche antincendio, e a tutto ciò che riguarda la prevenzione del burnout.

Gli episodi di maltrattamenti evidenziano la presenza diffusa di un forte stress lavorativo: il burnout. Innanzitutto le informazioni sul burnout (cause, effetti, strategie per fronteggiarlo), dovrebbero essere parte irrinunciabile dei corsi di formazione delle professioni di aiuto.

PER QUESTO SI DEVE VALUTARE PERIODICAMENTE IL BENESSERE FISICO E MENTALE DI CHI LAVORA CON PERSONE ALTAMENTE SENSIBILI (BAMBINI, PERSONE DISABILI, STUDENTI E ANZIANI).

La stanchezza e i cedimenti possono presentarsi, ma bisogna avere gli strumenti per riconoscerli.

Inoltre è doverosa una maggior rigidità nella selezione del personale per verificare se un educatore ha la preparazione adeguata, e la sua salute mentale è in grado di svolgere questa professione. La laurea è un primo filtro, ma non è sufficiente.

La prevenzione si basa anche sui requisiti che un asilo deve possedere per rispettare un alto livello qualitativo. Fra questi criteri troviamo le modalità con cui viene gestito l’inserimento presso il nido e la supervisione, pedagogica e psicologica, che deve essere obbligatoria, continua e costante. Può essere svolta individualmente o/e con l’intera equipe da personale specializzato. È necessario creare spazi di riflessione e condivisione, per sviluppare la consapevolezza delle situazioni che si verificano per elaborarle e gestirle.

Per fermare gli abusi, l’opinione pubblica richiede l’uso delle telecamere. Credo fortemente che siano solo uno strumento per tamponare un’emergenza ma non una strategia definitiva. Una cattiva educatrice può intimorire un bambino anche con 10 telecamere puntate, perché la violenza verbale crea disturbi esattamente come gli abusi fisici.

LA TELECAMERA NON IMPEDISCE IL FATTO, REGISTRA L’ABUSO MA NON LO INTERROMPE, ACCELERA SOLO LE INDAGINI IN CASO DI DENUNCIA.

Non protegge nessuno da eventuali violenze. Chi compie questi maltrattamenti riuscirebbe a trovare delle scorciatoie, perché in ogni struttura ci sono delle zone “d’ombra” dove si può esercitare qualsiasi tipo di violenza. Inoltre, le telecamere hanno il potere di inibire fortemente e influenzerebbero negativamente la relazione educativa e il rapporto di spontaneità fra bambini ed educatore. Pensiamo anche al considerevole dispendio economico: telecamere in ogni classe, aula, laboratorio e corridoio. La legge che ha come obiettivo la videosorveglianza, attualmente in Senato, non prevede nessun onere da parte dello Stato. Ogni struttura dovrebbe far fronte a tutte le spese necessarie senza aiuti statali. Fondi importanti che potrebbero essere istituiti per una maggiore prevenzione.

QUESTA LEGGE NON TUTELA ASSOLUTAMENTE IL BENESSERE DELL’UTENZA PERCHÈ LA VISIONE DEI FILMATI SARÀ RESA POSSIBILE SOLO DOPO LA DENUNCIA DI MALTRATTAMENTI, QUANDO GLI ABUSI SONO STATI GIÀ EFFETTUATI. 

Conclusioni

La responsabilità è divisa fra le varie parti.

Le istituzioni devono supportare gli operatori con politiche adeguate attraverso un miglioramento delle condizioni contrattuali, supervisioni e controlli continui.

Gli educatori devono attivare le strategie contro il burnout, denunciare in caso di eventuali sospetti di abusi o se dovessero assistere a qualsiasi tipo di violenza.

I coordinatori devono garantire corsi di aggiornamento, pianificare un adeguato rapporto educatori-utenza in ogni momento della giornata, attivare una rete di supporto per gli educatori in rischio burnout, verificare che non ci siano comportamenti erronei. È essenziale modificare l’organizzazione del lavoro: come la pianificazione degli orari (le 24 ore in comunità sono illecite) e ottimizzare la divisione delle attività.

I genitori devono rispettare la figura delle insegnanti e rivolgersi a dei professionisti se dovessero avvertire dei campanelli di allarme.

La maggior parte del personale scolastico svolge ogni giorno un lavoro eccelso in silenzio. Dobbiamo invertire la tendenza, ed accendere i riflettori sugli educatori che svolgono egregiamente le proprie mansioni in modo da offuscare gli insegnanti incapaci.

Comprendo le paure dei genitori ma è importante ritrovare la fiducia verso la comunità educativa, senza cercare il marcio ovunque. Teniamo l’attenzione alta ma i nostri bimbi hanno bisogno di sentirci fiduciosi verso le persone che si prenderanno cura di loro. Con la continua insinuazione del dubbio si rischia un’epidemia del terrore intorno a un percorso di crescita che deve essere solo una ricca esperienza.

Non possiamo più permetterci di rimandare sulla qualità dei servizi e su chi si prende cura dei nostri bambini, anziani e persone disabili, perché si prende cura del nostro futuro, presente e passato.

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Annalisa Falcone
Sono un’educatrice e pedagogista. Non potrei immaginarmi a vivere felicemente senza questa meravigliosa e faticosa professione. Adoro leggere e la pedagogia è la mia passione più grande. Ho studiato e lavorato a Milano, Bologna e ad Alicante, piccolo e piacevole paese a sud della Spagna. Faccende di cuore mi hanno portato nel 2015 nell’affascinante Londra.

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