Educare al bello nella disabilità: Martina Tarlazzi ci racconta

 La bellezza non è sogno, ma è cura di ogni aspetto di noi stessi” Yves Bonnefoy

Il lato positivo di vivere in città diverse è la possibilità di conoscere una marea di persone interessanti, con un bagaglio di conoscenze differenti. Come nel caso di Martina Tarlazzi, conosciuta a Bologna, che si occupa di benessere e bellezza con persone disabili ed adolescenti. Martina ha creato il meraviglioso progetto Make your smile Up da sola, ovvero dei laboratori dedicati alla cura di sé. Attenzione per nulla diffusa nel campo della disabilità.

Martina com’è nato il progetto?

Il progetto Make your smile Up  è nato da una mia passione per il trucco, e soprattutto dalla sensazione di benessere che provavo quando mi guardavo allo specchio. Volevo diffondere questo tipo di felicità ad altre persone. Lavorando in vari luoghi come comunità e centri di aggregazione, prima come volontaria e poi come educatrice, ho notato il bisogno di creare un progetto dedicato alla cura di sé, attraverso tematiche legate al corpo, alla bellezza e all’immagine che si trasmette agli altri. Tutti si concentrano sull’aspetto riabilitativo, dimenticando l’importanza di far stare bene una persona anche dal punto di vista fisico-estetico. Da queste esperienze ha preso vita il percorso. Ho iniziato a studiare, ho fatto un corso di trucco diventando una truccatrice professionista.

Come si sviluppano i tuoi laboratori?

Il progetto è attivo in varie realtà, e contesti diversi. In base all’utenza programmo i laboratori.  Generalmente parto dalla rappresentazione di bellezza nei mass media, di quello che ci propone la tv attraverso un lavoro attento sulle immagini pubblicitarie e su l’etichettamento. Non è  un laboratorio di trucco ma un percorso più globale. Attraverso esercizi mirati e discussioni, ognuno prende consapevolezza del proprio corpo e della propria bellezza. Negli incontri, mi soffermo su tematiche come l’igiene personale e la pulizia degli strumenti utilizzati, la depilazione, il trucco e l’abbigliamento adeguato alle diverse occasioni della giornata. Si valuta il tipo di pelle di ognuno, si sperimentano maschere per il viso rilassanti, essenze profumate per il corpo. Si discute su cosa si vuole esprimere se indosso un determinato vestito o un rossetto. Si allena a manifestare il gusto personale. Si propone un tocco più raffinato, discutendo anche di ciò che si ritiene volgare, degli apprezzamenti, delle offese. La costruzione dell’identità dell’adolescente e persona disabile passa attraverso lo sguardo dell’Altro-da-sé, ed il corpo è la via maestra per capire chi siamo. Per questi motivi occorre educare alla conoscenza di se’. Si trasmette il valore della propria bellezza, vista come qualcosa che amiamo di noi e possiamo mostrare agli altri.

Con i partecipanti che hanno una disabilità fisica acquisita come si sviluppa il percorso?

Per chi ha delle lesioni midollari e si trova nell’unità spinale di un ospedale, gli incontri sono un’occasione per staccare la testa dalle difficoltà quotidiane della terapie, e avere un momento per ricoverati e familiari dedicato al relax e alla cura di sé. Insieme agli operatori ci siamo soffermati su come trattare alcune parti del corpo, come le piaghe alle mani dovute all’uso della sedia a rotelle. La fisioterapia deve essere integrata ad un tocco di benessere, come quello del massaggio per garantire una cura globale della persona. Negli ospedali non c’è uno spazio dedicato a questo tipo di attività, ma proprio in questi casi, riappropriarsi del proprio sé diventa un passo essenziale per tornare a vivere. Anche nel processo di inclusione scolastica.

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Come sviluppi il progetto nell’ambiente scolastico?

Ho lavorato come educatrice di sostegno e tutt’ora conduco progetti all’interno di scuole, ed il pensiero educativo che guida il mio operato è “Sarete voi, professori e studenti a venire da noi, non per pietismo, ma per vedere qualcosa di bello”. Uno dei percorsi educativi che ha più influenzato il Progetto è quello condotto in una scuola media con una ragazza adolescente con disabilità intellettiva. Lei aveva un gran bisogno di sentirsi bella, così ho creato nel nostro spazio una profumeria, ho comprato un kit e realizzavamo essenze. Il sabato mattina portavo i trucchi e truccavamo chi passava da noi. In quel momento lei stava bene, si creava uno scambio sincero con i compagni che si avvicinavano a lei per vero interesse, e non per pietà. In una scuola, con un gruppo di studenti disabili e non, abbiamo registrato un video che presenteremo in assemblea di istituto. Lo scopo è quello di far sentire la loro voce, per parlarne quasi ironicamente, per far sapere che loro ci sono e fanno delle cose meravigliose! I ragazzi con disabilità sono una parte della scuola, e non una scuola a parte!

Come concludi i tuoi laboratori?

Durante i laboratori invito dei fotografi professionisti, in modo da organizzare una mostra dove ognuno racconta il percorso svolto, tramite le foto e le proprie riflessioni. Dobbiamo allenare al bello, a curare l’acne e la forfora anche alle persone con disabilità. Agli operatori chiedo “Andare al lavoro pieni di forfora vi fa schifo?”, sì e allora domando “Perché a loro non deve fare schifo?”. A nessuno piace sentirsi sporco, ci si sente in imbarazzo. Si parla di dignità. Se faccio sentire più bella una persona, la sua autostima crescerà, e affronterà tutti gli altri problemi in modo nettamente diverso. Ho visto persone cambiare postura dopo essersi viste più belle, è sconvolgente. Dobbiamo diffondere l’idea che anche una persona disabile può sentirsi ed essere bella. I laboratori aiutano la persona a tirare fuori il meglio di sé, a volersi bene nonostante i propri deficit e, operando nell’ottica di empowerment, è possibile aiutare le persone a conoscere il proprio corpo, per dominare la propria vita con naturalezza ed equilibrio. Per questo mi occupo anche di formazione, bisogna parlare agli esperti del settore sull’importanza di lavorare sul benessere nel contesto disabilità.

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Un cambiamento di prospettiva. 

Occorre passare dalla logica del to cure al to care, un prendersi cura più generale. Basta fare gli sfigati nella disabilità, vogliamo la disabilità figa! Per tutti deve esserci uno spazio in cui sei coccolato, sei importante. Non si parla solo di trucco, e’ una concezione di bello che deve abbracciare tutta la sfera della vita di queste persone.  La linea di aspirazione principale è l’educare al bello di Bertolini, rendiamo i luoghi esteticamente meravigliosi in cui far sviluppare alle persone una maggiore cura di sé, mettiamo a disposizione i giusti strumenti affinché tutti possano esprimere e comunicare la propria bellezza.

Il progetto ha ricevuto delle critiche?

In generale è stato un progetto ben accolto, anche se nella quotidianità avere un’attenzione alla bellezza della persona disabile non è facile. Solo alcuni genitori hanno espresso la loro paura sul fronte della desiderabilità, e gestire le sue conseguenze: “Se mia figlia, che ha una disabilità intellettiva, inizia a sentirsi bella, cosa mi combina?”. Inoltre è stato criticato di voler seguire il modello di cultura mass mediatica, che non si parli del bello reale. Tuttavia, nel primo incontro io discuto sempre della falsa bellezza che ci propongono, e della realtà, sfatando miti e mostrando i personaggi famosi con e senza trucco. Facciamo risplendere la versione bella di ognuno. Per alcuni, dire “Sei bello” ad un disabile è un’assurdità.

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Quali sono i tuoi progetti futuri?

Mi piacerebbe fare una mappatura dei luoghi del benessere accessibili per le persone disabili, in collaborazione con qualche università. Sono ancora pochissime le strutture con gli strumenti adeguati. Vorrei partire da una città, in cui l’università crea l’app e le persone disabili conoscono i servizi alla bellezza accessibili. Pensiamo alle barriere architettoniche, per gli anziani, per i genitori con un passeggino, per chi si rompe una gamba o per le persone disabili che si vergognano di andare in spiaggia, perché non hanno la possibilità di depilarsi. Vorrei che tutti i saloni siano accessibili, che tutti avessero il lavatesta adeguato, che ogni estetista abbia un modo per far salire sul divanetto chi non può farlo da solo. Mi piacerebbe che si diffondesse questa pratica della bellezza. Queste persone già hanno delle disabilità importanti, se iniziano anche a non prendersi cura di sè, sottomettiamo la loro dignità, si evidenzia il fatto che ci siano persone di serie A e B. Voglio contaminare più posti possibile, entrare in tutti gli ospedali e creare un ambiente ad hoc. Occorre fare formazione interna alle associazioni, strutture e scuole.

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Annalisa Falcone
Sono un’educatrice e pedagogista. Non potrei immaginarmi a vivere felicemente senza questa meravigliosa e faticosa professione. Adoro leggere e la pedagogia è la mia passione più grande. Ho studiato e lavorato a Milano, Bologna e ad Alicante, piccolo e piacevole paese a sud della Spagna. Faccende di cuore mi hanno portato nel 2015 nell’affascinante Londra.

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