Che lavoro fa l’educatore?

Quante volte ci fanno questa domanda, e noi professionisti del settore non sappiamo mai nel dettaglio cosa rispondere. I dubbi sono legittimi. Per chi non ha bambini o non è mai stato a contatto con la disabilità, le comunità per minori, l’assistenza familiare, il nostro lavoro è ben lontano dalle professioni comuni.

Da qui nasce anche la scarsa considerazione sociale e giuridica del nostro mestiere. La proposta di legge Iori, che ha l’obiettivo di disciplinare le professioni di educatore e pedagogista, attraverso l’obbligatorietà della laurea, è una svolta storica.

Se dovessimo spiegare alla nostra classe dirigente o al nostro panettiere i compiti di un educatore, quale parole utilizzeremmo?

L’educatore compie un lavoro delicato a contatto con utenze sensibili.

Ma cosa significa? Cosa fa nel concreto?

L’educatore è una figura professionale che si occupa di promuovere e sviluppare le potenzialità degli utenti con obiettivi educativi, relazionali affinché si possa raggiungere un livello di autonomia tale da rendere inutile il suo intervento.

L’educatore osserva, pianifica, progetta interventi educativi specifici elaborati con il sostegno di un’equipe multidisciplinare. Coordina le proprie attività con altre figure professionali presenti nelle strutture (pedagogisti, psicologi, terapisti occupazionali). Lavorare in gruppo significa saper collaborare, affrontare un dibattito, un confronto, scambi reciproci e fondamentali.

Lavoriamo in un vari contesti: individuali familiari, comunitari, con ogni fascia di età. Per ogni luoghi ed utenze, si usano diversi strumenti e metodologie.

Il lavoro dell’educatore è incentrato sul futuro della persona, sulle potenzialità da sviluppare ed elabora un progetto attento alla unicità e globalità della persona.Per questo, elaboriamo il progetto educativo individuale (PEI): in cui sono esplicitati gli obiettivi e gli interventi educativi dell’utente.

Lo strumento che usiamo è la relazione educativa.

Si deve costruire un legame fra i diversi attori coinvolti, ogni cambiamento è impossibile se non c’è un rapporto sano tra educatore ed utente. Dobbiamo essere buoni comunicatori, le parole sono importanti per chi ha scelto la relazione come lavoro. Si deve usare un linguaggio comprensibile per l’altro e dobbiamo essere in grado di leggere la comunicazione non verbale, per cogliere messaggi non espliciti, ma rilevanti.

Saper osservare, ascoltare e indagare sono capacità essenziali. L’osservazione, mai pura, ci permette di raccogliere le informazioni necessarie. Con L’ascolto si  accoglie l’altro, con i suoi punti di forza e debolezze. Indagare come gestire e affrontare le complessità del processo educativo, la metodologia della ricerca per guardare oltre, per cogliere le domande latenti, non espresse, spesso più autentiche di quelle manifeste.

Ci occupiamo del prenderci cura.

Cura, non intesa come assistenza, ma come sostegno e supporto in un periodo della vita della persona a cui occorre un accompagnamento. L’educatore che sa aver giusta cura non si sostituisce mai all’altro, ma appena intuisce la possibilità, invita l’educando a farsi carico in prima persona dei propri bisogni. Chi ha cura si costituisce come una presenza significativa ma non intrusiva. l’aver cura delle persone, del contesto, della molteplicità di situazioni.

Tuteliamo la diversità.

In quanto risorsa per il singolo e per il gruppo. Lavoriamo in contesti multiculturali, per questo accogliere la diversità è una delle nostre caratteristiche.

Ci occupiamo di prevenzione e promozione sociale, nella creazione di reti, sostegno alle famiglie, alla genitorialità, alla cittadinanza attiva ed è determinante per affrontare anche quei problemi di disagio e di devianza, in supporto ad amministrazioni comunali.

Super paroloni, ma in pratica davvero cosa facciamo?

Lavoriamo con moltissime persone. Bambini, tossicodipendenti, anziani, migranti, minori non accompagnati, adolescenti, carcerati, prostitute, famiglie, adulti psichiatrici.

Non vogliamo salvare nessuno e non abbiamo poteri di onnipotenza.

Il nostro intervento è limitato da molti fattori: mancanza di fondi, scarsa organizzazione dei servizi, eccessivo o ridotto monte ore previsto, dal contesto. Proprio questa è la nostra forza. Trovare vie alternative, nuove opportunità e possibilità.

Ad esempio, in un centro diurno per minori che si trova in un territorio guidato dalla camorra. Qui sostenere i bambini significa dare loro la possibilità di guardare la realtà attraverso nuovi filtri interpretativi, supportandoli nel loro percorso di crescita attraverso attività didattiche e ludico-ricreative. Si possono supportare i genitori, attraverso riunioni a cadenza mensile, allo scopo di renderli più consapevoli del loro ruolo coinvolgendo le istituzioni locali per promuovere un percorso formativo comune. In questo contesto si può far molto ma non stupiamoci se un bambino portasse al centro una pistola scarica o una bambina venisse con una treccia fatta con i fili di ferro (true story).

Il lavoro educativo è versatile. Sotto tutti i punti di vista.

Ci occupiamo, contemporaneamente, di una marea di faccende. Quando lavoravo in una comunità di adolescenti mi ritrovavo a montare armadi, e cucinare per 25 persone nel giro di un’ora. Ed è questa una delle parti che mi piace di più. Nei servizi residenziali, il turno dell’educatore non si basa sui normali orari di “ufficio” ma segue l’organizzazione quotidiana del servizio stesso. Tutti i momenti della giornata hanno una rilevanza educativa. Ogni aspetto dello spazio fisico, e dell’organizzazione della giornata, sono finalizzati a far sentire le persone in un ambiente accogliente, e umano. Ho ascoltato più storie interessanti, mentre pelavo patate in comunità con i ragazzi che in colloqui e riunioni standardizzate.

In comunità sosteniamo le persone per un periodo della loro vita. Nei servizi residenziali per adolescenti, ci occupiamo dei rapporti con la famiglia, lavoriamo in sinergia con la scuola e tutto ciò che riguarda la vita di un ragazzo fra i 12 e i 17 anni. Compiti, fidanzati, uscite serali, vacanze. Tutto basandoci sulla storia personale di ognuno, seguendo delle regole comunitarie e un accordo globale.

È compito dell’educatore sostenere la dignità di un essere umano. Partendo dalla basi materiali e promuovendo le potenzialità di ciascuno. Ad esempio, con i disabili adulti l’educazione si esplicita nel raggiungimento dell’autonomia attraverso l’insegnamento di un mestiere, della cura dell’igiene personale, della gestione del denaro, dell’essere in grado di pensare ai pasti, comprare i giusti ingredienti e cucinare delle buone pietanze.

Dobbiamo progettare, guardare al futuro, andare oltre gli stereotipi e pregiudizi.

La forte motivazione è essenziale. Si impara continuamente. Ogni persona, esperienza e situazione ti porta una sensazione diversa. Ci si mette in gioco e in dubbio tutti i giorni. Ci si pone delle domande, e le risposte non arrivano quasi mai.

È necessaria una continua riflessione su se stessi, prima di farlo con gli altri. Bisogna prima prendersi cura di sé, per potersi prendere cura degli altri.

È  un continuo costruire, fare, disfare per reinventare ancora. Ogni giorno in modo diverso.

Si devono tollerare le attese, e tanta tantissima pazienza. Incontriamo una marea di difficoltà organizzative, ed economiche con contratti precari e stipendi indecenti. Per questo è anche un lavoro tosto e pesante.

Il coinvolgimento è un tratto essenziale. Nella relazione educativa non si può non essere emotivamente coinvolti in quanto le condizioni strutturali (condivisione di spazi, tempi, attività) determinano il coinvolgimento che è uno strumento di lavoro dell’educatore e in quanto tale sottoposto a vari rischi. È facile cadere nel burnout, senza i giusti strumenti.

Io sono di parte, ma per me, nonostante le mille difficoltà, rimane il lavoro più bello del mondo.

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Annalisa Falcone
Sono un’educatrice e pedagogista. Non potrei immaginarmi a vivere felicemente senza questa meravigliosa e faticosa professione. Adoro leggere e la pedagogia è la mia passione più grande. Ho studiato e lavorato a Milano, Bologna e ad Alicante, piccolo e piacevole paese a sud della Spagna. Faccende di cuore mi hanno portato nel 2015 nell’affascinante Londra.

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