12 stereotipi che accompagnano la carriera di un educatore

Lavorare nel sociale implica affrontare una serie di leggende metropolitane tragico-comiche. È compito di chi fa questo lavoro tutti i giorni, distruggere le convinzioni radicalizzate e potenti nell’opinione pubblica, e soprattutto fra i nostri colleghi.

1) “Meno male che sei un educatore, dovresti essere più empatico!” – “Dici questa cattiveria proprio tu che sei un educatore?”

Noi FACCIAMO gli educatori, non siamo degli educatori. Siamo delle persone umane, prima che professionisti.

Non siamo piccoli eroi dalla spiccata sensibilità e umanità. Altrimenti dovremo essere sempre empatici, astenerci dal giudizio, aperti all’ascolto, avete uno stile di attaccamento sicuro, dei modelli operativi interni adattivi, gestire le nostre emozioni sempre 24h su 24. 

Abbiamo anche una personalità lontana dall’essere perfetta (come tutti) oltre al titolo lavorativo. Vengo apostrofata con questa frase soprattutto in contesti informali, come se non avessi il diritto di arrabbiarmi, e manifestare i miei pensieri nel modo che ritengo più appropriato in quel momento senza dover pensare: “Non posso farlo perché sono un’educatrice”. Usciamo da questi schemi. Ricordiamoci che “staccare la spina” è una strategia essenziale per contrastare il burnout.

2) “Se fai questo lavoro sei una persona paziente.”

No, non sono paziente come persona, ho affinato una competenza riguardante le tempistiche educative individuali e in termini di rispetto dell’altro e a sostenere le fatiche. I “risultati educativi”, sempre se così possiamo definirli, necessitano di tempo, di interventi a lungo termine, di fatica. Il nostro lavoro si basa sulla relazione e su quella è complesso fare un bilancio semestrale dei “guadagni” a breve termine.

3) “Fai l’educatore perché ami i bambini”

Ma non serve amarli. Serve rispettarli ed essere professionali. Avere propensione per un settore non significa amare. Non ho mai letto: “Cerco educatore amante dei disabili o dei tossicodipendenti”. È uno stereotipo.

4) Mi sono laureato in scienze dell’educazione, con questa laurea posso lavorare nelle scuole? Posso insegnare alla primaria? Nelle scuole dell’infanzia?

Se volevate fare le/i maestre/i, dovevate iscrivervi a scienze della formazione primaria e non scienze dell’educazione (classe di laurea L19). Prima di accedere ad una facoltà è fondamentale leggere le competenze professionali, gli sbocchi lavorativi. Potete trovarle nei siti delle vostre facoltà. NON siamo insegnanti ma educatori.

Se proprio l’insegnamento è la via che vorrete perseguire, occorre prendere la specialistica in scienze pedagogiche e continuare con il percorso “Formazione Iniziale e Tirocinio” (chiamato più comunemente FIT). Concluso tutto, potete insegnare scienze umane al liceo (sempre se troverete qualche cattedra disponibile) non alla primaria. Per insegnare alle scuole elementari e nelle scuole dell’infanzia, la facoltà giusta è “Scienze della Formazione primaria”. È a numero chiuso e ha un programma formativo differente da sde.

Un buon educatore non è un insegnante.

5) “Vabbè ma al nido oltre a cantare le canzoncine, cosa fate?”

Nei primi tre anni di vita, si costituisce la base portante su cui si regge lo sviluppo cognitivo e della personalità del bambino. La capacità di apprendimento e delle sinapsi è tre volte superiore ai periodi successivi della crescita. Così, tanto per partire dalle basi. Le canzoncine sono uno dei differenti modi con cui si lavora per stimolare l’apprendimento. Una delle capacità di chi ha scelto questo lavoro, è anche comprendere ciò che ci sta dietro la pura evidenza. Vedere oltre il proprio naso. Vedere oltre.

6) “Se gli psicologi possono fare gli educatori, noi potremmo fare gli psicologi”

Ognuno deve fare ciò per cui ha studiato. È fondamentale sancire la differenza dei due percorsi formativi. Lo psicologo è una professione sanitaria. Noi educatori non abbiamo le competenze per intraprendere una carriera da psicologo, loro invece hanno competenze differenti che li aiutano sicuramente ad intraprendere il percorso educativo con il corretto corso di studi. Ad ogni modo, screditare una professione così delicata e importante è poco professionale. Generalizzare, è piuttosto triste. Non si costruisce niente fomentando contro altre categorie professionali.

Inoltre ricordo che le due discipline – pedagogia e psicologia- sono interdipendenti. Sempre riguardo gli stereotipi, vorrei sottolineare che oggi questa professione non è più mera “etichetta e diagnosi” così come prevedeva la tradizione psichiatrica, ma promozione delle risorse. Non ci sono percorsi di serie a e b, ma solo strade differenti. Ricordiamoci che un’equipe con figure diverse permette di vedere le situazioni da diversi punti di vista e questo apre a nuovi orizzonti, utili per i nostri utenti.

7) “Per fare questo lavoro bisogna avere la vocazione”.

Non siamo preti nè missionari. Si chiama attitudine. Come professionisti, dobbiamo avere la capacità di compiere valutazioni adeguate sul lessico che si usa ed utilizzare la terminologia corretta. L’idea della missione è un fantasma del mondo educativo. Il volontariato è una passione, il lavoro è una PROFESSIONE.

8) “Ah si lavori con gli handicappati, gli fate passare il tempo tanto per…”

Con le persone disabili si lavora per raggiungere l’autonomia, parziale, limitata o totale. Lo scopo del nostro lavoro è la promozione del benessere come ad esempio, il progetto Make your smile Up di Martina Tarlazzi. Denunciate quei posti che chiedono ad una persona disabile di 50 anni di trascorrere la giornata a colorare le schede dei bambini di 4 anni. Le attività ricreative possono essere degli strumenti per sostenere e raggiungere il benessere dell’utente, ma deve essere ben presente lo scopo da raggiungere e la motivazione nello scegliere un determinato laboratorio. Ogni intervento deve essere supportato da un progetto educativo individuale. Non si improvvisa nulla.

9) “Finché non avremo Albo professionale, nessuno ci prenderà sul serio…”

Noi non abbiamo un albo e non dovremmo richiederlo. L’albo è una lobby odiata da molti suoi iscritti, perché tassa pesantemente e richiede una assicurazione vincolante. In Europa, gli albi non esistono e l’Italia viola gli accordi europei perché se un medico, avvocato, psicologo europeo volesse esercitare la sua professione in Italia (che fa parte degli stati membri) dovrebbe iscriversi con relativo esame di stato ad un albo. Questo va contro agli impegni presi con l’Europa.

10) “Ho la passione per i bambini, non serve la laurea per essere un educatore”

Fare l’educatore non significa lavorare solo con i bambini (che meritano di essere sostenuti da persone qualificate per svariate ragioni) ma anche con i disabili adulti, anziani, adolescenti in comunità, nei centri di aggregazione giovanile, essere educatori domiciliari. Solo per citare alcuni esempi. Ci sono numerose possibilità lavorative e varie utenze con cui lavorare.  Solo per citare alcuni esempi. Aree talmente delicate che, per svolgere questo ruolo in modo appropriato, una laurea diventa obbligatoria. Nella mia esperienza (lavorativa), lavorando con chi non aveva nessun tipo di formazione, la differenza l’ho sempre notata. Mancano le attenzioni ai particolari, un progetto a lungo termine, il lessico appropriato, le varie prospettive sulle problematiche, le riflessioni precise, le prassi nell’agire, lo studio delle azioni e responsabilità. Ci sono alcuni contenti, in cui forse farsi chiamare dottori può essere utile per distinguerci da chi si professa educatore senza averne titolo.

11) Il Pedagogista si occupa…ehm..di curare i piedi! No, scusa, di educare i bambini!

Il pedagogista è un professionista dei processi educativi e formativi della persona. Opera per la prevenzione, la diagnosi, le attività di assistenza, di consulenza rivolte alla persona, alla famiglia, al gruppo e alla comunità.

Quindi, al contrario di ciò che si è soliti pensare secondo un ovvio luogo comune, il pedagogista non si occupa esclusivamente dei bambini e dell’infanzia, ma anche di adolescenti, giovani, adulti, anziani e disabili ovvero delle altre fasi della vita.

In parole più semplici, il pedagogista si occupa del potenziamento delle risorse, del benessere e dell’empowerment della persona e del suo ambiente, come ad esempio: conflitti genitori-figli; problematiche legate al mondo della scuola; sostegno alla genitorialità; sportello di ascolto per adolescenti, delle attività di orientamento scolastico e professionale, di progettazione, coordinamento, direzione e attuazione di progetti per la formazione professionale, l’aggiornamento, la qualificazione, la riqualificazione e la selezione del personale; e di attività di sperimentazione, di ricerca, di didattica, di formazione e di verifica.

Uno dei suoi compiti principali riguarda il supporto agli educatori, accompagnandoli a progettare al meglio i loro interventi educativi.

12) “Pur di fare esperienza, lavoro gratis”

Il lavoro degno, non è il lavoro gratuito. Le condizioni economiche e contrattuali che subiamo ogni giorno sfiorano la tragedia. Comprendo chi, per aumentare le sue possibilità’ di assunzione, accetta qualsiasi compenso pur di lavorare ma le conseguenze di danno di immagine alla categoria sono davvero elevate. I datori di lavoro sanno che possono far leva su una questione delicata e importante: la disperazione dei disoccupati. Nel mondo del sociale, il problema si amplifica.

Non accettate gli stage gratuiti, dopo nemmeno ti assumono perché prendono un altro stagista. Non deprimetevi agli orari che si allungano a piacere del capo, perché se non resti non ti rinnovano. Non rassegnatevi.

Imparate poi a rispondere a tono a chi propone lavoro gratis o mal retribuito. Trattateli come i parassiti che sono, non state al loro cospetto a sognare inesistenti assunzioni. Girate i tacchi. Devono subire la stessa riprovazione sociale che si riserva ai ladri.

Il lavoro gratuito o mal retribuito, perde di valore. In tutti i sensi.

Questi sono solo stereotipi che accompagnano il percorso di un educatore ma sta a noi per primi, sconfiggerli, uno per volta.

I cambiamenti più importanti partono dal basso, diffondiamo informazioni corrette e puntuali.

Divulghiamo la pedagogia scientifica, costruiamo la nostra esperienza lavorando in luoghi con una forte serietà professionale. Non lasciamo l’educazione in mano alle persone che pensano sia solo “buon senso”. Produciamo materiali, articoli che possono offrire una visione reale del contesto lavorativo attuale. Usiamo un lessico appropriato. Il percorso è in salita, pieno di buche, burroni e interruzioni. Bisogna cambiare totalmente le fondamenta ma dobbiamo iniziare a farlo noi per primi, per far in modo che qualcuno ci ascolti e certifichi un valore istituzionale alla nostra figura professionale.

Insomma, tocca combattere.

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Annalisa Falcone
Sono un’educatrice e pedagogista. Non potrei immaginarmi a vivere felicemente senza questa meravigliosa e faticosa professione. Adoro leggere e la pedagogia è la mia passione più grande. Ho studiato e lavorato a Milano, Bologna e ad Alicante, piccolo e piacevole paese a sud della Spagna. Faccende di cuore mi hanno portato nel 2015 nell’affascinante Londra.

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