Fare gli educatori nelle comunità per adolescenti: compiti e sfide


Lavoro come educatrice da 10 anni. Ho cambiato diverse volte utenze e servizi ma i quasi due anni di lavoro in due comunità educative, rimangono fra le esperienze lavorative più formative e utili della mia “breve” carriera. La prima con ragazze vittime di abuso, la seconda con minori non accompagnati.

In questo contesto ci si prende cura della persona nella sua interezza, a partire dal soddisfacimento dei bisogni primari e materiali, fino ad un accompagnamento più emotivo ed educativo, fatto di ascolto e di progettazione condivisa.

Spesso all’interno di questi contesti, la prima azione di cura che gli educatori svolgono è il dipanare gomitoli di rabbia, frustrazioni e ferite emotive ancora aperte, che provocano nella persona accolta un continuo senso di sfiducia sia verso se stesso che verso l’altro.

L’Autorità garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, il 31 dicembre 2015, pubblica i dati ufficiali sui minori ospiti delle comunità nel report “La Tutela dei minorenni in comunita Gli ospiti delle comunità di accoglienza sono in totale 21.035 i minorenni.

Il 62% dei minori è nella fascia compresa tra i 14 e i 17 anni.

Il 57% minorenni collocati in comunità sono italiani, mentre il 43% sono di origine straniera, di cui circa la metà non accompagnati. Di questi l’88% vive al Centro-Nord e il 12% al Sud e nelle Isole.

I dati sono essenziali per capire l’importanza del fenomeno.

Un adolescente entra in comunità per molte ragioni. Abusi, reati penali, condizioni di particolare fragilità su più fronti come disagio familiare e povertà estrema, minori stranieri non accompagnati. Per questo ci sono vari tipi di comunità che differenziano anche l’utenza e i macro obiettivi su cui lavorare. La caratteristica principale è il rituale quotidiano. Ogni momento della giornata, come cucinare o pulire, ha una rilevanza educativa.

Mentre insieme ai ragazzi pelavo patate e preparavo la cipolla per il soffritto, ho ascoltato un sacco di storie personali, della loro giornata a scuola, dei loro genitori. Passavo da preparare panini, a montare armadi durante il weekend, ad avere colloqui con i professori e guidare dei super pulmini. Si lavora per l’indipendenza e per cui anche le semplici faccende di casa, fanno parte di quelle azioni che mirano all’autonomia dei ragazzi. Prepararsi la cena fa parte del setting pedagogico. Si insegna il rispetto degli spazi educando a pulire quei luoghi. Quando usciranno dalla comunità, dovranno essere autonomi. Anche su questi aspetti.  

Non ho mai pensato di non svolgere il mio mestiere in questo lasso di tempo. Questa è una particolarità del lavoro educativo in comunità.

L’educatore si prende cura dei/delle ragazzi/ragazze nella sua totalità: partendo dall’ascolto, dall’accudimento di tipo materiale rivolto alla crescita fisica, ma anche alla maturazione dell’identità, alla qualificazione scolastica e professionale e a tutto il mondo familiare e relazionale che le ruota attorno.

Attenzione: non si sostituisce ai genitori.

La comunità per i minori non è una famiglia, non è questo il suo compito. La residenzialità, che assume la materialità di spazi, tempi, corpi e oggetti nella loro portata simbolica, è il senso di familiarità dell’esperienza comunitaria. Con la gestione e la cura degli spazi personali e comuni, il rispetto degli orari, la partecipazione ai momenti collettivi. Questo insieme di regole spesso provocano dei conflitti. L’educatore, nella quotidianità deve assumere una consapevolezza pedagogica non indifferente, perché proprio nella ritualità della vita comune che deve agire.

L’intervento educativo deve basarsi sulle differenti identità dei ragazzi. Deve esserci un progetto educativo individuale (il famoso PEI). Ognuno ha la sua storia personale e il bagaglio emotivo su cui bisogna prendere le misure. L’educatore deve cercare di adottare delle azioni educative specifiche e adeguate per ognuno.

Quando ho lavorato nella comunità femminile per adolescenti vittime di abuso, al rituale cambio stanze, una ragazza aveva iniziato a mostrare segnali di malessere. Stava male fisicamente, non mangiava, era sempre triste. Eppure, era in camera con una sua grande amica. Con lei abbiamo lavorato con una presenza costante e allo stesso tempo con delicatezza e punta di piedi. Dopo un breve periodo, lei ci racconta che la nuova compagna di stanza era molto disordinata, buttava tutti i vestiti per terra. Come sua madre che la lasciava a casa da sola per andare a bere al bar sotto casa, per tornare poi ubriaca e fuori di sé.  Noi che volevamo fortificare un legame, avevamo raggiunto l’effetto opposto. Abbiamo parlato con tutte le ragazze e assicurandoci di non ledere la sensibilità di nessuna, effettuato un altro cambio stanza. Abbiamo anche incrementato il lavoro sull’ordine materiale dell’appartamento, e della ragazza “disordinata”.

 

Nelle comunità educative con minori non accompagnati, invece, il lavoro più cospicuo riguarda l’integrazione sociale, l’apprendimento della lingua, attaccamento al territorio attraverso l’aiuto della scuola e delle associazioni sportive.

Sono stati bravi anche i professori delle medie che ho incontrato. Come quella di storia che mi passava le domande dell’interrogazione sotto banco per studiare meglio con Mohamed, la temuta prof di italiano che si era messa una mano su un occhio per non vedere certi strafalcioni grammaticali, e il cuore sulla penna rossa per evidenziare soprattutto i lati positivi. Ho dovuto discutere invece con l’insegnante di musica, a lei il fatto che Tajir non sapesse suonare il flauto non andava giù, ma il corpo docente mi ha aiutato nell’impresa di dirle che, sempre santa sia la musica, ma che le urgenze erano altre.

 

Insomma tutto questo lavorone per trasmettere ai ragazzi che con parecchio impegno, dei risultati buoni si ottengono. Avevamo fiducia in loro, e nelle loro capacità. Perché gli unici esempi di adulti non potevano essere i fratelli o familiari in prigione per spaccio. Volevamo mostrargli un’alternativa.

Inoltre, in comunità, il gruppo rappresenta un’opportunità per i singoli di apprendimento sociale e comunicativo e di sperimentazione emozionale – affettiva. Rivalità e sostegno, competizione e cooperazione, dinamiche di esclusione e sentimento di appartenenza. Tutte situazioni verificabili che in una complessa vita comunitaria diventano materiali su cui lavorare per la crescita dei singoli.

L’educatore fa anche il lavoro di mediatore della comunicazione. È anche qui che risiede la fatica costruttiva del lavoro in comunità.

La potenza del gruppo permette agli educatori di affrontare varie tematiche essenziali. Una fra queste, il sesso. Da alcune affrontato come una “sfida” sul piano del “vedete io sono più’ grande di quel che pensate”. In alcuni casi, sono state le compagne che si confidavano con noi su determinate situazioni delle amiche. Il gruppo come occasione per affrontare il tema più volte da varie angolazioni in differenti situazioni. È un argomento delicato e possiamo farci prendere né dal l’imbarazzo, dal bigottismo ne tantomeno essere degli incapaci.

Una delle grandi lezioni sulla sessualità le ho apprese da una suora. La mia referente in comunità. Era laureata in scienze dell’educazione, e poi decise di prendere i voti. Sul discorso sessualità era campionessa olimpica di risposte azzeccate alla marea di provocazioni. Credetemi, in una comunità di ragazze adolescenti con determinate personalità non era affatto un compito facile. Non era timida di parole quando si trattatava di precauzioni e sesso. Il sabato sera lasciava il vestito a casa, si infilava un paio di jeans e portava le ragazze a ballare. Risultato: le ragazze sapevano che eravamo aperte a questo tipo di confidenze. Nessun pregiudizio, ma solo ascolto e supporto. Eravamo un team che funzionava.

 

Tutto questo è possibile grazie al lavoro d’equipe che permette la condivisione del carico lavorativo del singolo educatore divenga una difficoltà di tutta l’équipe. Ostacoli che possono trasformarsi da problema in opportunità, da problema decisivo a difficoltà di percorso. Condividere con i colleghi è una regola base del servizio in comunità. Lo si fa attraverso il diario in cui tutti scrivono i feedback della giornata, avvenimenti particolari, le riunioni o la comunicazione aperta e onesta.

Mi piace definirla equipe allargata, una grande presa in carico del territorio composta da educatori, insegnanti scolastici, assistenti sociali, psicoterapeutici, associazioni sportive. Un abbraccio che rassicuri e dia sicurezza.

Ricordo quando dopo una lite notevole, un ragazzino di 12 anni decise di uscire dalla comunità e scappare a piedi durante un temporale. Eravamo in turno in 2, presi le chiavi del pulmino e passai quaranta minuti per il paese a cercarlo. Lo trovai ovviamente fradicio e soprattutto sorpreso. “Ma sei venuta a cercarmi?” e’ stata la prima cosa che mi ha detto. “Si!” ho risposto serena con il mio ombrello nuovo di zecca. “Hai lasciato da soli gli altri?” “Ci siamo organizzati”. L’arrabbiatura era ancora la componente emotiva forte ma il fatto di essere cercato dai suoi educatori, voluto, protetto, era un elemento così nuovo e potente che ha modificato il suo ritorno in comunità.

 

Si devono incrementare sentimenti di rassicurazione, fiducia, sviluppare certezza circa gli accadimenti e la continuità della relazione: vivere con certezza l’aspettativa che al rientro dalla scuola o del tirocinio “c’è chi mi aspetta”.

Nella pratica tutto questo come si fa?

Si parte dall’ascolto sincero. Si accoglie con atteggiamenti di tutela che si riassumono in regole precise e limiti.

Per questo la relazione educativa si muove su due polarità fondamentali: il contenimento, ovvero limitare i comportamenti aggressivi e trasformarli, e sviluppo, cioè apertura di orizzonti, spinta all’autonomia e ad incoraggiamento verso il futuro.

Si costruisce un percorso personale concreto, attraverso interventi educativi mirati che agiscono sul piano della ridefinizione dell’identità soggettiva.

Bisogna saper gestire le frustrazioni, proprie e altrui. Le aggressioni verbali ed essere pronti anche a quelle fisiche. Rispondere alle provocazioni in modo pacato o spesso non rispondere proprio.

È impegnativo anche a livelli di orari. Si fanni i turni, notturni e festivi. Con il passar del tempo, questo aspetto può rendere difficile la vita familiare e sociale. È fondamentale trovare un posto in cui l’organizzazione degli orari sia calibrata e non troppo pesante. I turni da 24 ore non sono accettabili. Anche se la notte è considerata “passiva”. La salute mentale degli utenti è importante tanto quanto quella degli operatori. In servizi del genere, lo stress è elevato e tenergli testa diventa una condizione basilare.

È un lavoro faticoso, ed è essenziale avere degli incontri di supervisione che aiutano gli educatori a prendere consapevolezza delle situazioni che si verificano, sapendo elaborarle. Sono spazi di riflessione e condivisione che danno accesso ad emozioni intense e spesso bloccate. Incontri importanti per prevenire il burnout

Lavorare in due comunità per adolescenti, sono state per me due esperienze lavorative senza paragoni. Forse da rendere obbligatoria nel percorso di ogni educatore. Un’esperienza difficile, dura ma bellissima e molto formativa.

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Annalisa Falcone
Sono un’educatrice e pedagogista. Non potrei immaginarmi a vivere felicemente senza questa meravigliosa e faticosa professione. Adoro leggere e la pedagogia è la mia passione più grande. Ho studiato e lavorato a Milano, Bologna e ad Alicante, piccolo e piacevole paese a sud della Spagna. Faccende di cuore mi hanno portato nel 2015 nell’affascinante Londra.

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