Di lavoro faccio l’educatrice

Ormai sono quasi 10 anni che lavoro come educatrice. È un mestiere complesso, in cui ci metti le mani, le gambe, la testa, le fatiche e sembra che non basti mai.

Ho lavorato con i bambini, in due comunità per adolescenti, con la disabilità in varie fasi della vita.

Le motivazioni che mi hanno portato a scegliere questo lavoro sono solide.

10 anni in cui mi sono messa in gioco. In cui l’esperienza, questo grande e importante zaino che continuo a costruire, mi ha permesso di mettere da parte delle strategie utili. Diventa anche più pesante quando sbaglio. Ed eccome se sbaglio.

Soprattutto quando cambio utenza. Soprattutto quando non sono abbastanza brava da mettere la giusta distanza, o meglio dire non essere solo un contenitore di qualsiasi cosa passi per il mio servizio.

Noi educatori ascoltiamo tutti indistintamente. Il nostro lavoro è anche accogliere questo miscuglio di frustrazione, esaltazione, sofferenza,  picchi di gioia. Metti dentro, in questo zaino che è pesante ma che vuoi portare sempre con te.

Finisci il turno, vai a casa e non sai bene cosa farci con questo impasto di emozioni, perché inizi a far i conti anche con i tuoi stati d’animo.

Provi a non pensare a quelle storie, a lasciar in pace la tua testa che bombardi di pensieri, informazioni e pensi alla strada che hai scelto. Trascorri il tempo a leggere,  programmare, a documentare ciò che stai facendo.

Negli anni, sono migliorata. Almeno in parte.

Ogni servizio ha strutture diverse, con una complessità che ho imparato a gestire a suon di formazione, condivisione con i colleghi, riunioni con i supervisori.

Le due comunità mi hanno fatto fare un balzo in avanti. In tutti i sensi. la condivisione diventa totalizzante, prepari le cene con loro, li accompagni a scuola tutti i giorni, li vedi nel loro percorso e in quella strada ti senti coinvolto. Ci credi nel loro futuro, hai paura ma fondi il tuo lavoro sulle possibilità, poche ma reali.

Gli occhi pieni di paura, quelli che dopo mesi ti raccontano una parte della storia davanti a dei pop corn bruciati. Mesi in cui provi a conquistare la loro fiducia e quando ci riesci, è ancora più complesso. Li sostieni, stai accanto a loro.

Li porti in discoteca, al bowling, in vacanza. Per mostragli che c’è anche il bello e il divertente nella loro vita.

Costruisci dei piccoli tasselli per il futuro, il diploma, l’attestato, cerchi il tirocinio che possa insegnare a loro un lavoro. No quello non vi piace, proviamo altro. Ci credi nel loro futuro, hai paura ma ti basi sulle opportunità che intravedi, poche ma reali. C’è incoraggiamento, provi a prepararli e poi arrivano i saluti. Con un abbraccio e le dita incrociate che useranno con coscienza le loro capacità.

Gli orari, i turni, la paga che non arriva. Cambi utenza. Servizio di formazione all’autonomia (il cosidetto SFA) con 10 disabili adulti che la vecchia educatrice aveva deciso di far trascorrere il tempo a colorare.

Anche qui, ti rimbocchi le maniche e apri orizzonti. Lavori potenziando gli strumenti a disposizione, prepari progetti che si modificano in base a ciò che i tuoi utenti vogliono apprendere. Parti dalle basi. Da giganti che coloravano, sono delle persone che vogliono diventare autonome. A prepararsi la cena, ad apparecchiare, a leggere l’orologio, a comprare un mazzo di fiori per la madre. Insomma, un percorso di vita è possibile.

Nonostante sei felice del tuo lavoro, scegli di trasferirti. Cambi nazione, cultura e lingua. Tu che fondi la tua professionalità sulla relazione educativa, fatta anche di tante parole. Inizi la frase in una lingua, e la termini in un’altra.

Ti senti piccola, spaesata. Lavori con una cultura che conosci poco, e come singola persona non ti senti di avanzare delle pretese con i tuoi nuovi colleghi. Come quando vedi i bambini alla nursery mangiare la pasta alle 3.30 come cena,  rimanere in giardino nonostante il diluvio, portarli al parco con la neve. La voce bassa usata come modalità di comunicazione. I colleghi gentili che ti dicono “Non fa parte della policy della scuola” e tu pensi “Ah si, quelle 200 pagine che ho letto il primo giorno di lavoro”. 

Scardini idee preconcette su qualcosa che non conosci. Cambi idea. “No le divise non mi piacciono” a “Le divise possono essere un valido strumento”.

Impari un modo differente di fare documentazione. Ipad ovunque, accesso veloce nelle classi. Osservi, fotografi, scrivi, valuti, invio. Il genitore può leggere nella sezione privata del sito internet.

Rimescoli ancora tutto. Cultura, metodologie, strumenti.

Metti in discussione la tua identità professionale. Capire se tutto ciò che hai appreso negli anni da libri e lavoro concreto possa esser utile anche qui o no.

Rifletti ma non giudichi. Quello mai. Non conosci cosa c’è dietro il vissuto di una persona, non sei nella posizione di dover rimproverare dei genitori. Visiti case, annusi odori che ti entrano nei maglioni, schivi calci. Accogli tutto e provi a cambiare direzione.

Siamo resilienti noi educatori. Ci prendiamo botte e quando gli insulti diventano meno di 5 in un solo turno pensi “Oggi è stata una buona giornata!”. Non lavoriamo per la nostra gratificazione, ma per l’utente. Per i suoi bisogni. Questo vuol dire avere la consapevolezza che essere odiati è molto comune, senza troppe paranoie.   

Scontri ed incontri, evoluzione e cadute.

Manipoliamo vetri preziosi e fragili con la paura perenne che ti cadano. Abbiamo l’obbligo di essere delicati. Di scegliere le parole da dire con cura, e le azioni da svolgere con attenzione.

Questo mestiere mi ha dato e tolto molto. Energie, vacanze, festività. La felicità di non lavorare il sabato sera ma l’esser così stanca da addormentarmi alle 9. Mi ha permesso di riflettere alle gestualità quotidiane ma intense di significato, di valorizzare quel prendersi cura tanto importante che si svolge nel qui e ora. Le fatiche nel pensare, pianificare, disfare, riflettere ancora. 

A progettare cambiamenti positivi anche nell’aridità culturale e familiare.

Fare l’educatrice è vedere le possibilità nel buio, a costruire insieme occasioni di ricrescita, supportare, tenere insieme. 

Sono consapevole delle fatiche del lavoro che mi sono scelta, ma non riesco ad immaginarmi a fare un lavoro differente, a non tutelare le diversità, a combattere gli stereotipi, a non accogliere gli errori e capire che ci sono strade alternative che possono portare ad un viaggio inaspettato e positivo. Non solo per gli utenti, ma anche per i loro educatori.

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Annalisa Falcone
Sono un’educatrice e pedagogista. Non potrei immaginarmi a vivere felicemente senza questa meravigliosa e faticosa professione. Adoro leggere e la pedagogia è la mia passione più grande. Ho studiato e lavorato a Milano, Bologna e ad Alicante, piccolo e piacevole paese a sud della Spagna. Faccende di cuore mi hanno portato nel 2015 nell’affascinante Londra.

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