Cos’è il Reggio Emilia Approach? La pedagogia relazionale di Loris Malaguzzi

Il piacere dell’apprendere, del conoscere e del capire è una delle prime fondamentali sensazioni che ogni bambino si aspetta dall’esperienza che affronta da solo o con i coetanei e con gli adulti. Una sensazione decisiva che va rafforzata perché il piacere sopravviva anche quando la realtà dirà che l’apprendere, il conoscere, il capire possono costare difficoltà e fatica. È in questa sua capacità di sopravvivere che il piacere può sconfinare nella gioia. Loris Malaguzzi

In questi ultimi mesi, ho approfondito un tema che conoscevo parzialmente: il Reggio Emilia Approach.

Ho letto dei libri, parlato con educatori e pedagogisti che lavorano usando le direttive di RE da anni, visitato la scuola dell’infanzia e asilo nido “Clorifilla” di Milano e frequentato un paio di corsi di formazione di cui uno al “Centro internazionale Loris Malaguzzi” a Reggio Emilia.

Storia

La sua storia inizia nel 1945, da un gruppo di genitori che decise di costruire una scuola per i propri figli e da Loris Malaguzzi come maestro. Il pensiero che guidava questa opera di rinascita dalla guerra era: “Le cose dei bambini e per i bambini si apprendono solo dai bambini”.

Non una scuola parcheggio ma un luogo in cui i protagonisti fossero i bambini. Da lì in poi, vennero aperte diverse scuole autogestite da genitori fino al 1963 in cui il comune istituì la sua prima scuola dei bambini.

Negli anni 80, ci fu il primo volo internazionale verso la Svezia per la mostra internazionale “I cento linguaggi dei bambini”.

Linee Guida

Il Reggio Emilia Approach è una filosofia educativa che si fonda sull’immagine di un bambino e, in generale, di un essere umano portatore di forti potenzialità di sviluppo e soggetto di diritti, che apprende, cresce nella relazione con gli altri.

Il cuore della filosofia educativa risiede nei “cento linguaggi” di cui l’essere umano è dotato, e che il bambino ha occasione di sviluppare grazie all’azione quotidiana con diversi materiali. Più linguaggi, vari punti di vista, tenendo contemporaneamente attive le mani, il pensiero e le emozioni, valorizzando l’espressività e la creatività dell’individuo in quanto tale e come membro della società.

Malaguzzi è un pedagogista che come un buon creativo ha saputo attingere le sue teorie da varie fonti.

Il primo è John Dewey e la sua idea di un apprendimento come un processo attivo e non una trasmissione di sapere preconfezionato. Il sapere si costruisce attraverso  la sperimentazione delle diverse attività. 

Anche Piaget avvertiva: “Insorge il problema se insegnare schemi e strutture o presentare al bambino situazioni in cui egli è attivo e può apprendere da solo. L’obiettivo dell’educazione è accrescere le possibilità del bambino di inventare e di scoprire..

È una prospettiva socio-costruttivista, dove la conoscenza è qualcosa che si forma attraverso un processo di attribuzione di significato nell’incontro continuo con gli altri e il mondo, e dove il bambino e l’insegnante sono visti come costruttori di conoscenza e cultura.

È una teoria che si basa sulle intuizioni di Vygotskij, e sulla sua idea di zona di sviluppo prossimale. Il gruppo come valore che può costruire insieme il corso delle idee attraverso il pensiero e il linguaggio.

Apprendimento come un processo di costruzione nel quale ciascun individuo può dare il suo contributo rapportandosi con gli altri che viene sviluppato attraverso il coinvolgimento dei bambini in progetti a corto e lungo termine che nascono da esperienze dirette.

Per questo gli educatori osservano, scrivono, si appuntano le varie curiosità che i bambini comunicano con lo scopo di creare e presentare un progetto cucito per sviluppare i loro interessi.

Nell’approccio di Reggio, ascoltare è visto come un verbo attivo e non passivo.

Atelier

Seguendo il principio che i bambini posseggono 100 linguaggi e sottolineando i linguaggi espressivi essenziali come le altre discipline, negli anni 60 Malaguzzi introdusse un atelier e un’insegnante con una formazione artistica, chiamato atelierista. Questo ventaglio di possibilità è una testimonianza concreta dell’importanza attribuita all’immaginazione, alla creatività, all’espressione e all’estetica nei processi educativi di sviluppo e costruzione della conoscenza. L’atelier non come spazio specialistico ma come parte integrante di un progetto educativo complessivo, dove affinare tutte le percezioni e indagare con mente e mani contemporaneamente: un luogo in cui si rendono visibili i concetti e le idee.

L’atelier inteso come “laboratorio del fare” accoglie non solo linguaggi grafici, pittorici, manipolativi, ma anche quelli del corpo legati al movimento, alla comunicazione verbale e non verbale. Comprende i linguaggi iconici, logici, scientifici, naturali, etici, multimediali, pensando sempre ad un bambino che conosce con tutto se stesso.

Gli atelier hanno il privilegio di costruire differenti esperienze e mantenere processi cognitivi ed espressivi in stretta relazione gli uni con gli altri, per lavorare sulla connessione dei differenti campi di sapere.

L’atelierista non è un educatore, ha una preparazione nell’ambito dell’educazione artistica o dei diversi aspetti delle arti espressive come danza, musica, disegno o il linguaggio digitale. Contribuisce a organizzare le esperienze dei bambini e degli insegnanti e a progettare la documentazione del lavoro fatto nella scuola.

Stimola e si prende cura della curiosità e creatività dei bambini, è un facilitatore nello sviluppo dei progetti.

Ci sono vari tipi di atelier con diversi e vari strumenti: lavagne luminose che offre di giocare con la luce, creta, cartoncini vari, pareti per fare piccole arrampicate.

Ad esempio, all’interno del nido-scuola Clorofilla c’è l’atelier del gusto. Il luogo dove i bambini, a piccolo gruppo, vengono ad approfondire il linguaggio del cibo, insieme alle insegnanti e alla cuoca. Qui si preparano le torte dei compleanni, si impara come si spreme un’arancia o si esplora l’interno di un melograno. Si trova di fianco alla cucina, in un luogo raccolto e intimo.

Gruppo

L’approccio reggiano è chiamato anche “pedagogia relazionale” in cui gli educatori non stendono un progetto sul singolo ma basano la loro pratica sulla potenza del gruppo. Tramite la relazione con gli altri, i bambini costruiscono le loro esperienze, arricchiscono il loro bagaglio di sapere, si scambiano idee, condividono…

Il soggetto apprende sempre in una relazione democratica con gli altri, aperto a punti di vista differenti, consapevole che la conoscenza individuale è sempre parziale e provvisoria.

Come approccio socio-costruttivista, si apre con un’assemblea che mette in circolo le idee in cui i bambini possono decidere ed esprimere ciò che vogliono fare. In seguito si dividono in piccoli gruppi e durante l’assemblea di fine giornata si costruisce un processo di esplicitazione. Si crea conoscenza per diffondere conoscenza.

Ad esempio, ad alcuni bambini è stato proposto di costruire una bicicletta, strumento amato e concepito come una conquista di cambiamento da molti di loro (andare in bici senza rotelle è un grande risultato per molti bambini). È stato proposto a gruppi di bambini di 3 di disegnare insieme una bicicletta. Fare un unico disegno mettendosi d’accordo non è proprio semplicissimo. Qui c’è una rappresentazione di come 3 bambine si sono divise le parti, firmando la loro rappresentazione singola.  

Un gruppo di bambini maschi discute animatamente senza trovare un’accordo,  così decidono di disegnare ognuno una bicicletta. Continuano a discutere, mutuano l’idea e la re-interpretano. Salvano tutti i loro disegni personali, li tagliano, li incollano con la strategia simile alle bambine e siccome tendono a non scartare nulla, tutto cio’ che resta diventa l’officina. Questo è il risultato.

L’aspetto relazionale è un abbraccio globale fra tutti i personaggi della pratica educativa. Bambini, educatori, famiglie e cittadinanza.

Reggio Emilia insiste sull’importanza di considerare i servizi pubblici come responsabilità collettiva e ci propone una visione della scuola come uno spazio pubblico e luogo di pratica etica e politica: luogo di incontro, interazione e connessioni tra cittadini di una comunità.

La partecipazione – da parte di genitori, famiglie, bambini e insegnanti – è un valore centrale dell’esperienza educativa. Intesa anche come protagonismo diretto ed esplicito nella costruzione di un progetto educativo.

Oltre agli scambi quotidiani di informazione relativi alla vita del bambino a casa e a scuola, sono previsti degli incontri tra operatori e genitori sia a livello individuale che di gruppo, sulle domande dell’educare oggi. Sono momenti in cui poter sperimentare la propria funzione in un contesto più allargato di quello familiare, ci dove sia possibile confrontarsi, osservare diversi modelli di interazione e di sostegno allo sviluppo.

Nel 1993 i diritti dei bambini, degli insegnanti e dei genitori furono formalizzati da Malaguzzi in un Diagramma dei diritti, che esprimeva le aspettative e le responsabilità di tutte le parti in gioco.

Documentazione

Nella pedagogia reggiana documentare non è un rendiconto finale ma è procedura che sostiene l’azione educativa nel dialogo con i processi di apprendimento dei bambini.

La documentazione varia dai diari giornalieri che possono essere solo fotografici o più narrativi, dai pannelli a parete con le trascrizioni delle parole dei bambini che raccontano un progetto, e quaderni di approfondimento con fotografie e registrazioni video che narrano quali percorsi seguono i bambini nella scuola.

Emerge la riflessione politica, secondo la quale ciò che la scuola fa, deve avere una visibilità pubblica, “restituendo”, così alla città ciò che la città investe in essa.

La documentazione, in tutte le sue diverse forme, rappresenta uno straordinario strumento di dialogo, di scambio e confronto. Per Malaguzzi documentare significa avere la possibilità di discutere e dialogare “tutto fra tutti”.

Carla Rinaldi sostiene che essa è “una grande occasione di democrazia, cultura e visibilità dell’infanzia, dentro e fuori le scuole, che si alimenta della partecipazione democratica e alimenta una democrazia partecipativa”.

Consente la connessione, nel lavoro quotidiano tra teoria e pratica, per fare proposte ai bambini in sintonia con i loro modi di pensare.

Per gli educatori costituisce un’opportunità straordinaria. Poter ascoltare, rivedere e rivisitare gli avvenimenti e i processi dei quali è co-protagonista è un modo per osservare il proprio lavoro.

Ambiente

Le scuole reggiane sono create per i piccoli secondo canoni di ricerca architettonici in cui la  trasparenza e comunicabilità fra gli spazi è studiata in modo che ogni bambino possa osservare, ed essere stimolato dalle attività che vengono svolte anche in altre aree da lui vicine e visibili. Per comprenderle comunicando con gli altri, scegliendo veramente a quale attività voler partecipare.

La trasparenza viene concretizzata con ampie vetrate di divisione dei diversi ambienti, che si configurano come una successione di spazi visibili. I bambini, pur dentro la loro sezione, si sentono parte di una struttura più ampia, di una comunità dove altri bambini e adulti stanno giocando, dipingendo, dormendo..

La trasparenza non esclude la riservatezza e la possibilità di creare nicchie e spazi raccolti dove può penetrare la luce ma non gli sguardi esterni.

Offre punti di vita differenti, orizzontali e verticali. Una dimensione strutturale che diventa un punto cruciale.

Un atrio di ingresso che accoglie, informa e testimonia con pannelli informativi e fotografici.

Le sezioni dei bambini si affacciano su un grande spazio comune, denominato piazza che viene vissuta come luogo d’incontri. Considerando le varie vetrate e trasparenze della struttura, i bambini possono abitare la piazza anche in solitudine acquisendo competenze dell’abitare uno spazio comune.

Le aule si articolano in più spazi pensati per accogliere gli interessi, le curiosità dei bambini nelle diverse età.

La cucina è interna, e se possibile visibile da tutte le sezioni, per offrire ai bambini la possibilità di assistere ai processi di preparazione dei cibi, e godere dei profumi e degli aromi che da lì giungono. Le cuoche sono figure insostituibili nei processi educativi dei bambini e nella costruzione del senso di comunità e di identità culturale, consulenti preziose per le famiglie

Il momento del pranzo è un’occasione di apprendimento di comportamenti sociali e di educazione alimentare. I bambini hanno la possibilità di riconoscere i propri gusti, le differenze tra gli alimenti, sperimentare nuove situazioni, provare nuovi alimenti e dedicarsi all’apparecchiatura. Condividere un pranzo significa investire sulla socializzazione e conoscenza degli altri. A tavola i bambini imparano a rafforzare la loro autonomie, il piacere di fare da soli, di partecipare attivamente a quanto accade. Questo significa dare ai bambini la possibilità di apparecchiare di servire a turno i compagni eleggendo dei camerieri, di servirsi da soli o con l’aiuto degli insegnanti. Per questo i luoghi deputati al momento del pranzo, sono pensati per favorire la convivialità e il piacere dello stare a tavola con il gruppo.

Anche il giardino diventa un luogo di esplorazione e creazione.

Conclusioni

Il Reggio Emilia Approach è una prassi educativo di primo livello. Considerando anche il periodo storico attuale fatto di ottusità, egoismo di chi vuole costruire muri e vivere preoccupandosi solo del proprio orticello.

Un’educazione che si fonda sulla democrazia, sul valore del costruire insieme qualcosa come gruppo, sull’esplorazione sincera è da diffondere e saper valorizzare.

Per questo, davanti ai discutibili workshop prima alla Bologna Children’s Book Fair e poi al Centro internazionale Malaguzzi ero abbastanza delusa.

Il fatto che i libri, ad eccezione del “I 100 linguaggi”, siano disponibili solo al centro internazionale, dovevano forse avvertirmi di “qualcosa”.

I workshop frequentati hanno approfondito solo i progetti terminati all’interno delle scuole, senza accennare alla filosofia che c’è dietro.

Ho notato tantissima (forse eccessiva?) conoscenza dei vari tipi di atelier ma nessuno approfondimento sull’importanza della documentazione e sul gruppo come risorsa. È stato emozionante provare i vari tipi di strumenti a disposizione, giocare con la luce e sperimentare le possibilità dei materiali. 

Tuttavia, come pedagogista che ricerca sempre la complessità, ero convinta ad una formazione più elevata. Come se fosse solo un’iniziativa di mera apparenza senza troppo spazio alle domande. Perché prima di raccontarmi i vari modi di modellare la creta, usare le varie lavagne luminose, devo capire il pensiero che guida un educatore nella sua pratica.

Ogni volta che si cerca di approfondire la pedagogia reggiana si parla solo dei vari atelier senza soffermarsi sul ruolo degli educatori, e in che modo vengono sviluppati i vari progetti e scelti i materiali. Come se fossero dei piccoli laboratori creativi in cui si vuole far vedere solo la parte esteticamente più bella.

Insomma atelier bellissimi ma il pensiero di Malaguzzi era differente. Quanto davvero si basa sulla curiosità dei bambini? Perché la condivisione di questo approccio è cosí difficile? Perché ogni volta che qualcuno cerca di approfondire ci si nasconde dietro la macchina del business corporale? Perchè non è un approccio conosciuto? 

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Annalisa Falcone
Sono un’educatrice e pedagogista. Non potrei immaginarmi a vivere felicemente senza questa meravigliosa e faticosa professione. Adoro leggere e la pedagogia è la mia passione più grande. Ho studiato e lavorato a Milano, Bologna e ad Alicante, piccolo e piacevole paese a sud della Spagna. Faccende di cuore mi hanno portato nel 2015 nell’affascinante Londra.

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