Lavoretti: istruzioni per l’uso.

Quasi ogni periodo dell’anno, è caratterizzato da una ricorrenza particolare. Siamo circondati spesso da ghirlande, coniglietti, cravatte e zucche.

Come se a volte, il focus sia sull’oggetto da riprodurre e non sul processo che guida l’azione e la sperimentazione. Non si tratta di evitare i “lavoretti” , la parola nemmeno mi piace però rende bene l’idea, ma dargli un senso. Sotto tutti punti di vista. I bambini non vanno a scuola per produrre degli oggetti.

Per sviluppare le proprie abilità, intellettuali e manuali? si

Per imparare a ragionare? si

Per sviluppare la creatività e il pensiero critico? si

Questo processo può e deve passare anche per l’espressione artistica che fa parte dell’apprendimento, come il pensiero critico o il senso dei numeri. Ma scorciatoie come lavoretti già preparati e solo da assemblare, una lista di istruzioni da seguire per raggiungere un risultato esteticamente piacevole, non sono la strada giusta. Meglio allora per i bambini un percorso ad ostacoli, per un migliore sviluppo delle proprie capacità cognitive, di problem solving ed espressive.

Diamo a disposizione materiali diversi, con texture ruvide, lisce e tecniche differenti. Perché ricordiamoci che fino ai 7-8 anni l’apprendimento ha una fortissima componente sensoriale ed è importante che lo sviluppo coinvolga tutto il corpo.

Questo però con i lavoretti c’entra ben poco. Possiamo parlare di un laboratorio che si differenzia dalla riproduzione degli oggetti. Il laboratorio presuppone la sperimentazione dei materiali, la ricerca di una propria strada, il confronto e la relazione con gli altri.

L’attenzione NON sul prodotto ma sui processi!

Per questo, dovremo ricordarci la nostra priorità come insegnanti ed educatori. Sia con i bambini, sia con adulti disabili che troppo spesso ho visto obbligati disegnare e colorare come piccolini della scuola dell’infanzia.

Dall’altra parte, sono convinta che produrre qualcosa per eventi particolari faccia parte dell’importanza di costruire una comunicazione fra scuola/centro educativo – famiglia che si si aspettano un pensiero in occasione di certe feste “comandate”, soprattutto quando per un bambino è la prima volta. Questi oggetti terribili sono ricordi e se si riguarderanno tra un po’ di tempo faranno probabilmente tornare il pensiero agli anni del nido e scuola, e potranno raccontare delle storie.

Ad esempio, ogni volta che faccio l’albero di Natale con i miei genitori, c’è una pallina speciale che mia sorella aveva fatto in quinta elementare. Ogni anno, mia madre mi racconta di qualche episodio di quel periodo.

Io non li demolirei a priori, ma come dargli un senso partecipativo?

Per i lavoretti, fin da bambina, io ho avuto un rapporto difficile. Finché si trattava di incollare e colorare mi piaceva, ma dopo li vedevo solo come una grande seccatura. Per questo, da professionista, quando nella mia classe propongo attività che diano il via a qualcosa di artistico, io chiedo sempre ai bambini dando 2-3 alternative. Come sempre, alcuni bambini non farebbero altro da mattina a sera, alcuni li evitano ogni singola volta.

Sono anche consapevole che questa soluzione spesso, per motivi logistici e organizzativi, non può esser usata ma entro certi confini, è possibile almeno dover scegliere.

Un altro suggerimento che si può mettere in atto, è l’osservazione per poi fare la “copia” del reale. Se accompagni i bambini ad osservare qualcosa di estraneo alla loro conoscenza, ad esempio vari tipi di fiori o piccoli animali, quando poi si troveranno a manipolare dei materiali, c’è un’alta percentuale che potranno riprodurre ciò che hanno visto. Magari che il tutto si inserisca in un processo di conoscenza, come un portfoglio di un processo con foto e racconti che consentano di costruire una memoria.

Ricordo un Natale in comunità, e siccome avevano appena scassinato il magazzino e con quello pure le decorazioni del nostro albero, ho proposto un’idea. Quella di creare un albero con tutti ricordi più emozionanti delle ragazze ed educatori della comunità. Sono emersi tanti racconti, anche parecchio cruenti, ma l’opera di ricordare, scrivere, tagliare e incollare, è stata una riflessione importante su questo periodo di festa sempre delicato e sensibile.

Io feci la stessa cosa, un anno qui a Londra per motivi di spazio, e credetemi che l’effetto emozionante è notevole!

Oppure quando proposi ad un gruppo di bambini di intervistare i propri nonni per la loro festa, o fare un super disegno di classe al centro estivo con quei super rotoloni che si trovano ovunque e chi voleva poteva portarsi a casa il pezzo che preferiva.

Pensiamo anche a quando un bambino ci chiede di disegnare un albero. Disegnargli una semplice quercia, passa già la nostra interpretazione togliendo tutte le altre possibilità. Possiamo mostrargli, invece, delle foto di tanti alberi e poi starà a loro scegliere quale riproporre.

Per i più piccoli invece?

L’anno scorso, per la festa del papà, una mia collega propose un’attività molto comune nei paesi anglosassoni, che ho subito riproposto nella mia classe dei bambini di 2-3 anni.

Una card pre-stampata con una descrizione del proprio papà, ma le risposte devono darle ai bambini. Il nostro compito di educatori, era solo quello di parlarne in classe e chiedere ai bambini: “Quanti anni ha tuo papà?” e scrivere esattamente quello che loro sostenevano.

I risultati sono stati super divertenti. L’età di tanti papà si aggirava intorno ai 7-8 anni, i capelli erano arancioni, con i nasi verdi o rossi e le loro attività preferite erano differenti:  colorare, mangiare cioccolato e giocare al playdoh.

Senza demonizzare i lavoretti, è utile per gli insegnanti stessi sperimentare valide alternative. Ricordiamo che l’autoreferenzialità di chi mostra quanto certi oggetti siano accurati e costosi, non ha alcun senso educativo.

Impariamo a vedere altri modi di sperimentare e creare!

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Annalisa Falcone
Sono un’educatrice e pedagogista. Non potrei immaginarmi a vivere felicemente senza questa meravigliosa e faticosa professione. Adoro leggere e la pedagogia è la mia passione più grande. Ho studiato e lavorato a Milano, Bologna e ad Alicante, piccolo e piacevole paese a sud della Spagna. Faccende di cuore mi hanno portato nel 2015 nell’affascinante Londra.

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