Gli educatori non possono esser razzisti

Chi decide di fare questo lavoro basa le proprie motivazioni su vari fattori. Ragioni che ti spronano a fare della richiesta di supporto il tuo corpus operandi.

È un mestiere difficile che porta con sé una serie di complessità notevoli e stereotipi difficili da raccontare, anche a chi fa questo lavoro da tanto tempo. Nel mondo ideale, questo potrebbe significare avere dei professionisti sempre pronti ad accoglierti ed empatici ma sappiamo che nella realtà, ciò non avviene. Giustamente. Sono convinta che lottare contro lo stereotipo dell’educatore in servizio 24 ore su 24 sia fondamentale. Siamo umani, sbagliamo e nel nostro privato è appropriato distanziarci dalle storie che supportiamo nei nostri servizi. Anche per compiere il nostro lavoro, e adoperare delle strategie per evitare il burnout.

Saper fare bene il nostro lavoro significa anche trovare il giusto equilibrio fra queste due contrapposizioni. Il caso dell’educatrice sospesa per aver insultato sui social è grave e allarmante, perché gli operatori razzisti e omofobi sono una realtà numerosa. Perché con l’idea che tutti abbiano il diritto di poter esprimere il proprio parere, si crede che si possa affermare, scrivere e digitare qualunque cosa.

Nel caso dell’educatrice di Imperia che ha postato su Facebook il commento “sparate” in risposta all’appello di aprire i porti ai migranti, si contrappone l’Articolo 414 del codice penale che recita: “Chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati è punito, per il solo fatto dell’istigazione”. Cosí giusto per ricordarci che il diritto di parola non giustifica qualsiasi cosa ci passi per la testa. Infatti, la collega che lavorava in un nido comunale è stata sospesa per un mese, in via cautelativa. Nei suoi confronti è stato anche aperto un procedimento disciplinare.

Inoltre, dovremmo riflettere di più sul lessico da usare, soprattutto nei social. In 10 minuti si può diventare vittima e carnefice del bullismo da tastiera. Si deve divulgare una cultura insita a prendere la responsabilità delle parole che si esprimono. Anche e soprattutto nel campo del digital.

Sappiamo che una delle nostre pecche come professionisti è quello di non osservare un codice deontologico, come pedagogisti ed educatori, ma solo e se in quanto associati all’interno delle singole associazioni. Come un regolamento.

Questo porta parecchi colleghi ad esternare a gran voce pensieri razzisti, omofobi, xenofobi che innalzano la superiorità di una razza rispetto ad un’altra. Al di là del colore politico, alcuni atteggiamenti e linguaggi vanno oltre i valori che un educatore dovrebbe sostenere, fuori e dentro il suo servizio.

Iniziamo a riflettere dalla base di un’azione educativa. Il primo passo per costruire la relazione con l’altro è l’accoglienza, esser aperti verso i nostri utenti, che questi siano bambini, adolescenti, adulti poco ha importanza. Prendiamo il caso base, come l’educatrice sospesa che lavorava al nido comunale. Il cambio del pannolino è un momento delicato, in cui ogni manovra dell’adulto deve esser fatta con estrema delicatezza e sensibilità. Ci si può trovare davanti ad un bambino italiano, senegalese o polacco. Con quale atteggiamento possiamo accoglierli nelle nostri gruppi?

Si inizia proprio dalla prima infanzia ad educare all’empatia, al privilegio della convivenza pacifica e multiculturale dei popoli. I famosi albi illustrati come “Dieci dita alle mani, dieci dita ai piedini” ci aiutano proprio in questo senso.

Pensiamo alle comunità per minori, il 57% degli utenti sono di origine straniera. Chi ha lavorato in una struttura del genere sa quanto la dimensione della multiculturalità, dell’arrivo e inserimento sia un’area delicata. Come si può educare e “tirar fuori” le potenzialita’ di questi minori se all’interno della nostra coscienza c’e insito il pensiero “Ma tornatevene a casa”?

Quest’anno nella mia classe londinese, non so per quale strano destino, ho bambini soprattutto inglesi. Ed io, la loro educatrice, sono straniera e non ho un inglese perfetto. Eppure, non ho mai ricevuto un richiamo o polemica per il solo fatto di esser italiana.

Non si tratta di opinioni diverse ma delle basi dell’etica morale e civile e chi ha scelto di lavorare nell’aver cura, ne deve fare la sua bandiera. Anche quando beve al pub con gli amici, quando commenta i fatti di cronaca e scrive sui social.

Come progetti di educare al rispetto e all’empatia se questi valori li fai valere solo per alcuni e non per tutti?

Il caso della mensa di Lodi dove i bambini venivano divisi in base al “chi può pagare” e “chi no” è uno dei tanti esempi. La nostra responsabilità è anche quella di raccontare cosa significa il gesto di cura, le implicazioni e ripercussioni che ha sulla cittadinanza, su tutti. Per questo essere in contrasto con tutto ciò che il bagaglio di accoglienza comporta, è sbagliato. Senza nessuna via di fuga. Questo discorso si può estendere anche ai medici, infermieri e occupazioni che hanno come obiettivo la presa in carico del proprio paziente – utente.

Pensiamo al giuramento di Ippocrate che osserva “di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica” e si può estendere ad ogni professione d’aiuto, con i dovuti cambiamenti tra il curare ed aver cura.

Soprattutto quando ci si occupa di educazione, questo dovrebbe essere il nostro mantra. In questi casi poi, si urla al buonismo ma qui non si tratta di essere “buoni ad ogni costo” ma di seguire i principi base della professione che si è scelti di fare. Soprattutto se si ha anche in mano una laurea e in teoria con essa, anche la capacità critica di valutare le varie informazioni e farne un uso lecito.

In modo particolare, quando il mestiere in questione presuppone il “saper esser” come una delle competenze base della sua azione. Ovvero l’insieme delle abilità che rendono più efficace lo svolgimento del proprio ruolo professionale attivando le componenti emotive e gli atteggiamenti che favoriscono la relazione. Rappresenta la capacità di comprendere il contesto in cui si opera, di gestire le interazioni con le persone, di adottare i comportamenti appropriati; riguarda la capacità di “esserci nella relazione” e di sviluppare e saper applicare attitudini quali ascolto, empatia, accoglienza e rispetto dell’altro.

Nelle relazioni con gli utenti, per quanto cerchiamo di astenerci dai giudizi, portiamo anche la nostra personalità e tutto ciò che ne comporta. Per questo, è così importante condividere il nostro credo professionale anche nella sfera privata.

Se un architetto vota partiti come casapound, questo non provoca delle conseguenze negative sulla sua capacità di progettare delle case. Sarebbe comunque triste e assurdo ma non toglie nulla dalle sue capacità professionali. Se invece, i valori di questo partito razzista, vengono sposati da un educatore, la situazione cambia nettamente.

Immaginiamoci in un asilo nido, in comunità, o in un centro diurno per persone disabili o adolescenti. Siamo propri sicuri di trovare solo una popolazione che rispecchi i nostri canoni di “uguaglianza”? Gli immigrati sono solo l’ultimo esempio, ma questo è un pensiero pericoloso che va contro tutto ciò che non è conforme alle loro regole di unicità. Disabili, bambini, anziani. Poco ha importanza.

Soprattutto in un periodo storico in cui l‘intera comunità dovrebbe attivarsi per combattere questa ondata di indifferenza e odio, noi educatori abbiamo una responsabilità più elevata. Questo non significa diventare “salvatori di anime” ma tirarci su le maniche e proferire pensieri non discriminatori è un obbligo. Sempre.  

Per questo tocca agli educatori onesti fare cultura insieme e diffondere il principio base: “Un educatore non può essere razzista”.

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Annalisa Falcone
Sono un’educatrice e pedagogista. Non potrei immaginarmi a vivere felicemente senza questa meravigliosa e faticosa professione. Adoro leggere e la pedagogia è la mia passione più grande. Ho studiato e lavorato a Milano, Bologna e ad Alicante, piccolo e piacevole paese a sud della Spagna. Faccende di cuore mi hanno portato nel 2015 nell’affascinante Londra.

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