I libri che ogni educatore dovrebbe aver letto

Fra i lati positivi dell’aver aperto un blog è la condivisione di idee, progetti, riflessioni e anche consigli. Di quelli utili e concreti. Quelli che passi le domeniche e le pause pranzo a leggere. Ricevo parecchi messaggi da studenti che mi chiedono consigli e dritte per iniziare questo lavoro, o ragazzi/e che cercano una bussola fra le parecchie proposte accademiche su determinati argomenti.

Per questo ho deciso di raggruppare alcuni testi in articoli in modo da aiutare/ci a tessere un po’ le fila della nostra professione. Qui ho raccontato i miei must della pedagogia. I testi su cui io mi sono formata, quelli che hanno davvero fatto la differenza nei miei gesti.

 

Educatore imperfetto, di Sergio Tramma

Gli elementi formativi teorici e pratici possono e debbono essere integrati poiché l’operatività dell’educatore è la sintesi tra i due: una costante circolarità tra teoria e prassi in cui il generale (il trascendente, il tipo, l’astratto, l’acontestualizzato) serve a leggere il particolare (il contingente, il caso, il concreto, il contestualizzato) e questi contribuisce a ridefinire il generale.

Prima lezione del primo giorno di università, pedagogia generale con Sergio Tramma. “Ragazze e quei pochi ragazzi, se volete un mestiere che vi farà diventare ricchi, un lavoro riconosciuto e valoroso di stima dall’opinione pubblica, quella è la porta, uscite, sempre dritto e vi troverete alla segreteria studenti per il cambio di facoltà. Siete ancora in tempo. Altrimenti qui c’è da faticare, in tutti i sensi”. Questa è stata la frase con cui la mia carriera universitaria iniziò, tra il mio “Annamo bene” e il “Sono sicura di quello che ho scelto”. Non per questo reputo il piccolo ma fondamentale manuale di Sergio Tramma il cucchiaio d’argento degli educatori. È stato il primo, e negli anni ne ho letti tanti altri, ma ogni volta che ripenso ai compiti di un educatore, il mio pensiero va a questo libricino. Se ho le idee chiare su questa professione, se sono davvero una brava educatrice, il merito è anche di questo testo.

Descrive, riflette, analizza gli obiettivi e gli svolti quotidiani che un educatore svolge nella sua pratica. Una cartina tornaluce per confrontarsi fra i vari e differenti percorsi educativi, fatti di incertezza, equilibri precari, movimenti perenni e anche riferimenti storici.

Educare è complesso perché spesso non si sa ben dove bisogna guidare il nostro aver cura. Ecco, questo testo è un nostro alleato nel saper guidare la nostra pratica del mettere le mani, la testa e l’anima in quello che facciamo. Impastare, tagliare, cucire per poi dialogare, collegare, unire. Per farlo, bisogna anche studiare. Dovrebbero distribuirlo nelle segreteria studenti e nei licei agli/alle studenti/esse che vogliono intraprendere questa strada, prima del test di ingresso e dell’iscrizione.

Lo consiglio a chi non sa cosa significa fare questo mestiere, e a chi ogni tanto se lo dimentica.

 

Manuale di storia della pedagogia, di Franco Cambi

Col Cristianesimo l’educazione passa nelle mani degli ecclesiastici e tende a formalizzarsi, a costituirsi come “arte che stia di per sé” e che va sostenuta “Co’ metodi”. Tale essa diviene specialmente nelle mani dei Gesuiti”

Non sappiamo che strade possiamo percorrere se non conosciamo quelle già attraversate. Studiare la storia è obbligatorio, per tutti. Soprattutto per chi lavora con un sistema di servizi contemporanei e una scienza che possiamo definire “novella”. Tantissimi addetti ai lavori si perdono quando bisogna conferire una scientificità alla pedagogia, non conoscono le origini, e il percorso storico. Il Manuale di Cambi è un buono strumento. È ovviamente generico ma per una infarinatura globale è adatto. Per delinearci fra Rousseau e la nascita della scuola moderna, fra Locke e Pestalozzi, per capire cosa hanno fatto le sorelle Agazzi e comprendere da dove proviene la pedagogia scientifica.

Consigliato a chi non sa cosa è accaduto in passato e vuol far luce sulla scientificità della pedagogia.

 

La pratica dell’aver cura, di Luigina Mortari

Le pratiche di cura adeguatamente buone richiedono  che si attivi una specifica competenza cognitiva, in cui siano messe in atto abilità differenti in relazione alle differenti fasi in cui si articola l’azione di cura”

Ho scoperto questo testo per la mia tesi triennale e da quel momento mi sono sempre chiesta, come avessi fatto a lavorare senza. Riflette con precisione e armonia cosa significa prendersi cura, non solo di chi ci sta di fronte ma anche di noi stessi. Per poter fare bene il nostro mestiere. Emergono i vari significati della “cura” e le sue differenti modalità. Approfondisce espressioni come l’empatia e la responsabilità dei gesti.

Lo consiglio a chi vuole comprendere davvero cosa significa prendersi cura nell’agire educativo, e a chi nell’incertezza e nei dubbi vuole ricordare il suo obiettivo.

 

Ragazzi difficili, di Piero Bertolini

Il significato della rieducazione è, dunque, essenzialmente quello di essere una trasformazione attiva frutto non tanto di una sistematica negoziazione del passato quano di una rinnovata proiezione nel futuro”

Altro mattoncino essenziale per un educatore professionale, soprattutto se si sceglie di lavorare nei contesti come le comunità e con gli adolescenti. È una base teorica essenziale e succosa del pensare secondo una fenomenologia dell’educazione. Piero Bertolini fu direttore dell’istituto minorile «Cesare Beccaria» di Milano, un’esperienza che lo ha segnato e che ha raccontato nei suoi libri e anni di studio e ricerca.  Sarebbe impossibile riassumere in poche righe il suo pensiero e le importanti innovazioni che portò, ma fra tutti voglio segnalare l’importanza dell’educazione al bello. La costruzione del bello può tradursi in varie sfaccettature, tutti modi possibili per l’utente di trasformare la realtà con l’impegno e la responsabilità sociale. Per renderla libera e autentica.

Lo consiglio a chi crede nella connessione educazione-politica, a chi vuole lavorare con gli adolescenti, a chi ogni tanto perde la retta via.

 

Educare alla libertà, di Maria Montessori

“Per la consuetudine del lavoro, il fanciullo impara a muovere braccia e mani e a fortificare i muscoli più che nella ginnastica comune. Tuttavia gli esercizi di vita pratica non possono essere considerati una semplice ginnastica muscolare, essi sono “un lavoro”

Ricordo ancora il momento al mio 2^anno di università, in cui fra compagne di chiacchierava dei vari esami. Fra una risata e l’altra, nessuna di noi conosceva il pensiero di Maria Montessori. Al secondo anno di Scienze dell’educazione. Io mi vergognavo e sicura (beata ingenuità) che nel mio percorso di studi qualcosa avrei fatto, decisi “Massì libro in più o meno che cambia, mi porto avanti e compro un libro della Montessori”. Decisi per caso: “Educare alla libertà”, e non potevo fare scelta migliore. Secondo me fra i suoi testi, è quello che più di tutti riesce ed esplicare meglio il suo tipo di educazione. Ho sottolineato dalle prime fino alle ultime pagine, divorandolo in pochi giorni. Ancora oggi, quando ho dei dubbi sulla sua riflessione sfoglio queste parole. Al termine dei 3 anni, la mia facoltà non si preoccupò di formarmi sul metodo Montessori, ci pensò Londra qualche anno dopo. Anche a chi non interessa, anche per chi lavora con un’utenza diversa, per il solo fatto di esser italiano, la conoscenza del metodo Montessori è obbligatoria.

Lo consiglio a chi si approccia per la prima volta alla sua idea di apprendimento, a chi pensa di conoscerla ma non ha mai letto nulla di suo, a chi vuole giudicare basandosi su un minimo di conoscenza, a chi vuole conoscere i suoi capisaldi.

 

Genere, educazione e processi formativi, di Anna Maria Venera

“Parliamo di uno sguardo, una prospettiva sul nostro lavoro di educatori ed educatrici capace di insegnarci a leggere i sotto-testi di genere che informano le relazioni tra ragazze e ragazzi – così come tra noi e i/le ragazzi/e – e di pensare noi stessi/e e il nostro lavoro come un processo in cui sono continuamente in atto dinamiche e aspettative di genere che possiamo assecondare o sfidare”

Per questo testo devo ringraziare il blog. L’ho trovato fra le mille ricerche per un articolo e non potevo fare scelta più saggia. Nel 2019, non possiamo dissuaderci dalla convinzione di educare senza aver un minimo di idea su cosa significano gli stereotipi di genere. Quando ne parlo ne parlo sui miei social, le critiche più assidue sono: “Perché ne parli sempre? Non è un emergenza”“A mio figlio permetto di giocare con la cucina”“Annalisa guarda che in Italia non siamo così indietro”. Ci sono infinite di ricerche scientifiche che dimostrano quanto queste tre convinzioni siano totalmente sbagliate. Soprattutto quando si parla di emergenza, considerando che l’educazione lavora soprattutto in prevenzione del disagio sociale e non solo in mezzo a quest’ultimo. Siamo professionisti e non possiamo basarci solo su ciò che il nostro sguardo vede ad occhi nudi. Dobbiamo considerare l’ambiente, approfondire, studiare, aprire la mente.

Gli stereotipi sono così intrinsechi che nemmeno ci accorgiamo le discriminazioni che viviamo ogni giorno. Studiare è una delle scelte più’ idonee che possiamo fare.

Ne parlo spesso ma nei prossimi mesi spero di farlo in modo più approfondito, per chi è curioso dell’argomento vi lascio qui il mio articolo.

Lo consiglio a chi lavora nei servizi per l’infanzia, a chi vuole riflettere sul proprio linguaggio e sulle conseguenze dannose che tutti i preconcetti su come una donna e un uomo debbano comportarsi si stanno diffondendo.

Questa è solo una piccola parte dei testi su cui si basa la mia pratica quotidiana. Nei prossimi mesi, vorrei scrivere di più sulle fondamenta teoriche che, secondo il mio parere, ogni educatore dovrebbe leggere.  

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Annalisa Falcone
Sono un’educatrice e pedagogista. Non potrei immaginarmi a vivere felicemente senza questa meravigliosa e faticosa professione. Adoro leggere e la pedagogia è la mia passione più grande. Ho studiato e lavorato a Milano, Bologna e ad Alicante, piccolo e piacevole paese a sud della Spagna. Faccende di cuore mi hanno portato nel 2015 nell’affascinante Londra.

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