Perché neuroscienze e pedagogia devono collaborare

Negli ultimi decenni, si sta sviluppando un forte interesse fra il rapporto pedagogia e neuroscienze. Parecchi si domandano il perché di tanta curiosità e la motivazione intrinseca che sta dietro.

La ragione non si nasconde dietro il bisogno della pedagogia, di utilizzare le neuroscienze per conferire una dignità scientifica come disciplina. Si tratta, di sostenere il carattere plurale e complesso della conoscenza del cervello che, associata all’apporto delle scienze dell’educazione, ci aiuta a osservare in maniera critica e scientifica gli apparati legati all’apprendimento, alle emozioni e al comportamento umano.

Una pedagogia intrecciata alla maturazione della mente e del cervello aiuta a modulare gli interventi educativi. Lo studio e la conoscenza delle trame nervose di cui è costituito il cervello risulta essenziale nelle tappe dello sviluppo e della formazione.

Pensiamo all’area della disabilità, comprendere il funzionamento del cervello aiuta gli educatori a progettare interventi educativi mirati e necessari a 360 gradi. Ad esempio, sapere che un movimento immaginato attiva le stesse aree cerebrali del movimento attivo aiuta moltissimo la persona disabile nell’acquisizione dell’autostima e anche a guadagnare un proprio pezzettino di autonomia.

Se non conosco lo sviluppo del cervello e le sue funzioni in rapporto alle più recenti scoperte come posso pretendere di migliorare le condizioni di vita di un utente?

La relazione è il punto focale del nostro agire ma se riusciamo ad allargare il nostro raggio di conoscenze è solo un punto a favore per gli utenti.

Un esempio semplice è il famoso time-out dei bambini tra i 2 e i 3 anni. Quante volte abbiamo sentito il “Ora resti seduto e pensi a ciò che hai fatto” ? Qui vien fuori tutta la necessità delle neuroscienze e il bisogno di aprire almeno un libro di Neurobiologia dello sviluppo.

Un bambino a quell’età non può svolgere questo tipo di pensieri perché i circuiti neurali nella regione ventromediale ancora non sono cablati. Così come con gli adolescenti che ancora si crede che siano in preda degli ormoni anziché della ristrutturazione e consolidamento cerebrale che dura fino ai 25.

I neuroni specchio si attivano sia quando vengono eseguite azioni eseguite per uno scopo (prendere un oggetto), ma anche quando si osservano le stesse azioni eseguite da altre persone.

Lo studio di questi neuroni, permette di comprendere le azioni degli altri definendo nuove basi per una comprensione più elevata dei processi di apprendimento fondati sull’imitazione del comportamento altrui.

È una scoperta importante anche per quanto riguarda l’empatia, che dal punto di vista educativo porta a forti conseguenze. Per questo osservare un viso altrui, che esprime un’emozione stimola nell’osservatore gli stessi centri cerebrali che si attivano quando lui stesso presenta una reazione emotiva analoga. Finalmente ci sono delle basi neurologiche che ci mostrano come chiunque ha una capacità di interiorizzare e sentire lo stato d’animo di un’altra persona.

In questo periodo, in cui c’è una guerra al più debole, ne abbiamo un estremo bisogno di una educazione massiccia all’empatia!

Dobbiamo scovare le origini per saper come agire.

In questo periodo storico, le neuroscienze stanno sottolineando, in parte, quanto chi si occupa di educazione già conosce. Descrivono dei processi neuronali complessissimi che poi alla fine sono la scoperta di processi pedagogici a noi già ben noti!

Come ad esempio, le esperienze che hanno conseguenze emozionali, con ogni probabilità verranno memorizzate e successivamente utilizzate, oppure che il cervello impara in maniera più efficace quando l’organismo è attivamente impegnato nell’esplorazione di luoghi fisici e di materiali, ma soprattutto nella formulazione di problemi che desidera risolvere.

Per chi lavora con la terza eta e disabilità, invece, sarà utile sapere che non basta possedere tessuto cerebrale e potenziali connessioni, poiché in assenza di un’adeguata stimolazione attraverso i sensi e quindi in caso di scarso utilizzo, il cervello finirà per atrofizzarsi. È uno strumento prezioso che ora, dopo anni di buio, abbiamo a disposizione.

È il nostro tipo di sguardo che rende i risultati spendibili nella nostra pratica quotidiana o meno.

Il cervello deve poter fare esperienze tattili e motorie, perché si sviluppino le aree che caratterizzano il punto di partenza per la maturazione delle aree superiori. Come il linguaggio e il pensiero complesso.

Tutte nozioni che validano il concetto di mente assorbente di Maria Montessori. La pedagogista aveva già notato come le esperienze sensoriali e le impressioni che ne derivano potevano davvero formare la mente e non sono inserirsi internamente.

Prendiamo per esempio Vygotskij che afferma come la zona di sviluppo prossimale è la distanza tra il livello di sviluppo attuale e il livello di sviluppo potenziale, che può esser raggiunto tramite aiuto esterno dei pari, degli adulti o comunque un supporto competente. I più grandi insegnano ai più piccoli e chi conosce la filosofia Montessoriana, sa quanto questo sia uno dei suoi punti cardine.

Il nostro compito è utilizzare queste conoscenze nella nostra quotidianità, per stimolare le varie aree e potenzialità. Le neuroscienze sono necessarie in pedagogia come fonti ma mai traguardo. Questo si traduce in punti di partenza e aree da sviluppare, potenziare e riorentare nella nostra pratica.

Per chi vuole approfondire il tema e parte da zero, consiglio due testi che aiutano la comprensione. Il primo è “Il cervello che impara” di Alberto Oliviero. Usa un linguaggio semplice e concreto e illustra i risultati di varie ricerche atteneneti alla non completa differenziazione delle funzioni esecutive nel bambino prescolare, che implica un approccio più ”lento” nei confronti dei nuovi compiti; il rapporto fra apprendimento infantile e nuove tecnologie, con particolare riguardo ai problemi dell’attenzione; alcune strategie per contrastare il declino cognitivo nell’anziano.

Il testo spiega come lo sviluppo del cervello è in gran parte un processo che dipende, oltre che da un programma genetico, dall’esperienza, sia in termini positivi sia negativi. L’educazione ha quindi il compito di ”dare forma” al cervello. L’obiettivo è quello di sfruttare le nostre attuali conoscenze per imparare ad utilizzare le sue capacità stimolandone le varie aree e creando tra esse varie forme di connessione.

Un altro approfondimentoc che vi consiglio è “Neurodidattica” che risponde a tante domande relative alle connessioni fra insegnamento e neuroscienze. Lo consiglio a chi è curioso e vuole andare oltre varie terminologie. Rispetto al primo, questo approfondimento è rivolto ai professionisti e non a genitori che vogliono capirci qualcosa di più, il linguaggio è più ostico e più nozionistico.

 

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Annalisa Falcone
Sono un’educatrice e pedagogista. Non potrei immaginarmi a vivere felicemente senza questa meravigliosa e faticosa professione. Adoro leggere e la pedagogia è la mia passione più grande. Ho studiato e lavorato a Milano, Bologna e ad Alicante, piccolo e piacevole paese a sud della Spagna. Faccende di cuore mi hanno portato nel 2015 nell’affascinante Londra.

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