Fare educazione significa fare politica

L’istruzione o funziona come uno strumento che viene utilizzato per facilitare l’integrazione delle giovani generazioni nella logica del sistema attuale e portare a conformità o diventa la pratica della libertà, il mezzo con cui gli uomini e le donne si occupano in modo critico della realtà e scoprire come partecipare alla trasformazione del loro mondo. ” Paulo Freire , La pedagogia degli oppressi.

Educazione e politica sono due mattoncini dello stesso palazzo, il muro portante che sorregge l’intera costruzione.

Se riflettiamo come educatori, ed anche come cittadini riusciamo a intravedere che ogni aspetto della vita comunitaria può avere dei risvolti educativi e politici. È diventare consapevoli di questa grande responsabilità che fa davvero la differenza. Ogni scelta, ha ricadute sulla collettività ed è corretto educare al benessere della comunità a tutti i livelli. Soprattutto per chi non ha tutti i mezzi per farlo.

Qui che entra in gioco l’importanza del binomio politica ed educazione.

Pensiamo alle scuole nel periodo fascista, un intero movimento politico che proponeva testi scolastici in cui si esaltava il fascismo attraverso le immagini e i contenuti. Brani, filastrocche e storie in cui la vita militare e in particolare la figura del Duce ricoprono grande spazio.

Maria Montessori, dopo un’iniziale alleanza con Mussolini, fu costretta a fuggire dall’Italia perché in completo disaccordo con le sue idee politiche. Anni dopo, questa fuga viene ancora considerata come la principale responsabile dell’estremo ritardo in cui il famoso metodo sia giunto nel nostro paese rispetto al resto del mondo.

Per cui si, politica ed educazione hanno molto in comune.

Quando mi riferisco alla politica, non indico quel coro da stadio partitario ma la formazione del pensiero critico che sostiene i bambini, adolescenti come cittadini e renderli davvero in grado di essere liberi.

Aristotele affermava che l’uomo è un animale sociale e se pensiamo agli ultimi eventi come attacchi terroristici, e scelte politiche discutibili mirate possiamo dire come la coesione sociale sia un’ancora di salvezza per i tempi grigi che stiamo vivendo. Qui ho raccontato quanto sia una comunità intera a prendersi cura del proprio benessere, in cui ognuno deve fare la propria parte. Se decidiamo tutti di tessere delle fila in cui l’inclusione e il rispetto reciproco siano i nostri capisaldi, il nostro tessuto diventare più luminoso e brillante.

Mia nipote di 8 anni mentre mi raccontava liberamente della sua giornata a scuola mi ha detto: “Perché noi bambini abbiamo delle responsabilità, e se vediamo i piccolini ma anche i grandi fare qualcosa di pericoloso, è giusto fare qualcosa per aiutarli”.

Questo messaggio ha un potente valore politico.

Ogni giorno facciamo politica come educatori e insegnanti.

Esercitiamo il nostro ruolo politico, quando educhiamo a rispettare i compagni, qualsiasi siano le loro origini, chiunque siano i suoi genitori.

Al rispetto del proprio turno per esprimere la propria opinione, ad ascoltare prima di parlare. Qui l’educazione al silenzio di Maria Montessori rimane sempre attuale.

Quando educhiamo al potere delle parole, stimolando una riflessione sulla scelta di quelle più appropriate. Un lessico utile e preciso per costruire e non demolire, unire e non odiare.

In ogni lettura e anche in ogni numero osservato c’è un fine politico.

Significa esser in grado di studiare un fenomeno prima di esporre la nostra idea. Capire che i numeri possono essere dei nostri alleati se usati con coscienza.

Il maestro principale della nostra pratica è sempre il prezioso esempio. Per cui, come educatori, dobbiamo trasmettere ma anche fare gesti concreti. Quando parliamo di mafia, omofobia, iniziamo a rispettare i diritti di ogni cittadino. Non parcheggiamo dove sappiamo che diamo fastidio o nel posto disabili, attendiamo il nostro turno in ordine in fila, usiamo un tono di voce pacato e diventiamo buoni ascoltatori.

Pensiamo all’episodio delle mense discriminatorie di Lodi,  o al veto di qualche anno fa del Sindaco di Venezia che proibì una lista di 49 albi illustrati alle scuole dell’infanzia che affrontano in chiave critica il tema della discriminazione.

Fra questi l’adorabile Il pentolino di Antonino” la storia di un cucciolo di ippopotamo che deve convivere con un pentolino molto pesante (metaforicamente una disabilita”) e la sua insegnante gli mostra come rendere tutto questo, meno pesante ma anzi un punto caratteristico.

Oppure come Pezzettino” di Leo Lionni, invece, è un bambino piccolino, diverso dai suoi amici grandi e forti, che è alla ricerca della sua identità e alla fine impara ad accettarsi per quello che è.

Nella lista c’era anche Piccolo blu e piccolo giallo,firmato dallo stesso autore, la storia di un bambino blu che diventa amico di un bambino giallo e quando giocano insieme diventano verdi stimolando anche le loro famiglie in questo gioco di colori e relazione. L’amicizia, è la morale, supera le barriere etniche, culturali, sociali e anziché togliere qualcosa alla nostra identità la arricchisce.

Insomma a trovare del marcio intorno queste storie, bisogna davvero aver paura dell’accoglienza del diverso.

In questo senso, è bene ricordare il caso creato per il programma inserito nella “Buona scuola” contro gli stereotipi di genere. Una marea di genitori, e tante associazioni hanno urlato alla scandalo raccogliendo firme e ritirando i figli dalle scuole con la politica “No alle teorie del gender”. Quando non c’è nessuna teoria no gender ma si volevano attuare degli interventi educativi, da personale specializzato, per smontare gli stereotipi di genere e dell’orientamento sessuale, ed acquisire una maggiore consapevolezza dell’uguaglianza di genere. Per sviluppare empatia nei confronti degli altri, e costruire relazioni basate sul rispetto reciproco.

Fare politica non significa spingere i ragazzi/e a pensarla come te, e schierarsi per un orientamento politico specifico ma vuol dire spingerli a pensare, a sostenere la loro capacità di elaborare un pensiero critico.

L’educazione si costituisce come sistema essenziale per la formazione dei soggetti, e dunque anche dei cittadini. L’intersezione fra queste due macroaree è spontanea per formare una cittadinanza che sia capace di contribuire in modo critico, lucido al bene di una società.

Qui in UK, si usano ancora le divise scolastiche per la scuola e solo dopo conoscendo e studiando le motivazioni, ho iniziato a valutare la scelta come adeguata per il contesto inglese. La scuola come luogo valoroso, in cui gli studenti sono tutti vestiti uguali con cravatte e vestiti ma hanno l’opportunità di mostrare davvero il loro pensiero con progetti individuali e specifici.

Ad esempio, i British values, ovvero dei valori per promuovere appartenenza sociale e culturale. Precisamente sono: democrazia, libertà, rispetto della legge, responsabilità e tolleranza. Sono stati promossi dal governo Cameron nel 2010 per definire dei valori intorno al quale l’intera comunità poteva radunarsi invece di dividersi. Vengono insegnati in tutte le scuole, a partire dalle nursery, ovvero asili nido e scuole dell’infanzia.

In questo paese, l’educazione ha un ruolo etico-morale essenziale. Anche nella house of Commons (ovvero il Parlamento) durante il dibattito sulla Brexit, il tema della formazione e delle scuole e’ sempre stato in prima linea.

Dobbiamo ridefinire la politica nella sua accezione più alta per il benessere della comunità e come educatori abbiamo il dovere di trasmettere la potenza liberatoria del conoscere e scoprire.

Come educatori, dobbiamo credere ad un codice etico-morale elevato e sincero. 

Educare ed insegnare sono due professioni politicamente rivoluzionarie, forse fra le più potenti che abbiamo. Perchè può accompagnare ragazzi/e a coltivare valori e saperi fondati sull’emancipazione e conoscenza leale e arbitraria. Contro le discriminazioni, e l’ignoranza che non approfondisce ma appiattisce tutto. Fare educazione è un’arte tanto preziosa quanto pericolosa e faticosa, da praticare con volontà e tenacia in cui l’accoglienza, l’uguaglianza e la cultura saranno sempre gli strumenti migliori da usare. 

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Annalisa Falcone
Sono un’educatrice e pedagogista. Non potrei immaginarmi a vivere felicemente senza questa meravigliosa e faticosa professione. Adoro leggere e la pedagogia è la mia passione più grande. Ho studiato e lavorato a Milano, Bologna e ad Alicante, piccolo e piacevole paese a sud della Spagna. Faccende di cuore mi hanno portato nel 2015 nell’affascinante Londra.

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