Libri che educano i grandi alla parità

Il tema della parità è sempre stato un punto focale nella mia formazione. In questi anni ho letto, ho allargato la mia conoscenza su una scala di competenza più ampia. Più leggevo, più la mia curiosità aumentava e soprattutto la mia consapevolezza sulla discriminazione di genere diventava più corposa. I temi di cui pedagogisti ed educatori devono occuparsi, sono molteplici e sembra che tutto sia urgente, tranne la parità del tipo di educazione impartita. Come se fosse assodata, una spunta fra la “to do list” dei professionisti dell’educazione. 

Leggendo, e soprattutto lavorando con i bambini ho notato quanto queste nostre convinzioni siano precarie perché poco realistiche. Solo che non avendo un occhio allenato, perché facciamo parte di un certo tipo di cultura sessista, non riusciamo a cogliere le discrepanze. 

In questo processo di conoscenza, ho capito e abbracciato un tipo di pensiero che abbraccia tutto ciò in cui credo. Il femminismo. Più studiavo come creare un processo per la parità di uomini e donne, più ho fatto mie battaglie che tante donne hanno promosso negli anni. Perché come educatori, il nostro fine è il benessere dei nostri utenti e questo passa anche attraverso un certo tipo di pensiero che mira a raggiungere equi diritti per tutti. 

Un persona femminista non crede nella superiorità delle donne, e non dice che uomini e donne siano uguali. Il femminismo sostiene la parità politica, sociale ed economica dei sessi. 

Riconoscersi in queste parole è facile, o almeno per me lo è stato. 

Approfondendo il tema è come se avessi messo un altro paio di occhiali, più puliti e profondi. In questa pulizia, mi hanno aiutato alcune letture, e qui vorrei raccontarvi quali.

“Manuale per ragazze rivoluzionare. Perché il femminismo ci rende felici”, di Giulia Blasi

“Il patriarcato (cioè noi) odia tutto quello che è diverso da un modello molto ristretto di essere umano, perché tutto quello che è diverso e potenzialmente libero.”

Questo testo ha scardinato tante mie convinzioni, o almeno le ha rese più chiare e definite. È una guida su come leggere certi fenomeni che accadono con una frequenza preoccupante. Una cartina tornasole sulle discriminazioni e le costrizioni quotidiane della nostra cultura. 

Giulia Blasi fa un’analisi a 360 gradi della società patriarcale, spiega con un linguaggio accessibile ma attento e scrupoloso cosa significa esser femministi, le trappole che troviamo lungo il percorso e una lunga lista di consigli e dritte. 

Ad ogni capitolo, mi sono soffermata più volte ad urlare “QUANTO È VERO!”, perché alcune dinamiche sono ben chiare anche alle più inesperte, ma quando scoprì che certi meccanismi hanno un nome definitivo, che quello a cui assisti non è solo un sogno nella tua testa, alcuni pezzi iniziamo a combaciare. 

Un libro per far chiarire i dubbi ai più indecisi, per togliere un po’ di polvere ai nostri limiti, demolire delle convinzioni nocive e un modello di comportamento automatico quanto sessista. Delirante per entrambi i sessi. 

Questo testo mi ha permesso di far parte delle attiviste del femminismo, mi ha costretto a condividere questo pensiero affinché la comunità femminista sia sempre più grande e potente. Un libro che si dovrebbe regalare agli adolescenti, non è mai troppo presto per un processo di consapevolezza. 

“La rabbia ti fa bella”, di Soraya Chemaly

La rabbia ha una pessima reputazione ma è in realtà una delle emozioni più cariche di speranza e proiettate al futuro. Genera trasformazioni manifestando la nostra passione e il nostro coinvolgimento nelle cose del mondo”.

La vita di un lettore è caratterizzata da alcuni, pochissimi libri chiave che danno una svolta alla propria esistenza.

“La rabbia ti fa bella” è stato per me uno di questi libri. È un libro illuminante, direi totalizzante. Mentre leggevo i sentimenti erano misti: incredulità e sorpresa i primi della lista. Ho iniziato ad evocare alcuni episodi e in un capitolo, ad unire i vari puntini di un disegno più grande. 

In questo libro troviamo delle analisi profonde e rigorose, con dati a supporto, che raccontano tutte le motivazioni per cui le donne sono arrabbiate. Non credute, ascoltato, ma anzi ridicolizzate, sbeffeggiate. In continuazione. 

In un capitolo parla della sofferenza fisica delle donne che soffrono di endometriosi. Su quanto il personale medico ed infermieristico non dia il giusto valore a questo dolore lancinante. Mi sono ritrovata in queste storie, così tanto che questo libro mi ha dato la forza di chiedere l’ennesimo parere medico e di avere finalmente una diagnosi ai miei crampi assurdi: endometriosi. Anche io, come le donne del libro, sono stata derisa, non ascoltata, ritenuta geneticamente portata al sacrificio della sofferenza. Ho trovato medici che mi chiedessero come non avessi fatto a pensarci prima all’endometriosi ed essere arrivata in una condizione medica disastrata. Mi ritenevano responsabile dell’incapacità di altri medici nel valutare la mia situazione. Io, pedagogista e senza una laurea in medicina, avrei dovuto valutare da sola la mia situazione. Capite da soli che siamo al ridicolo. Questo capitava a Milano e Bologna, nel luglio 2019. 

La mia rabbia mi ha portata a cercare altre soluzioni, e ho scelto una dottoressa umana e competente che a dicembre mi ha tolto quello che di malato c’era nel mio corpo. 

Un libro legato ad un concetto di rabbia positiva, legato al futuro. In grado di modificare un meccanismo malato, e la mia storia ne è testimonianza. Un libro necessario, che apre ad una valutazione critica e obbligatoria. 

“Beauty mania”, di Renee Engeln

Ritengo che non si debbano criticare le donne per il tempo e il denaro che investono nella bellezza, ma credo anche che non si debbano criticare le donne che li investono in maniera differente. Queste due tipologie di critica sono facce della stessa, inutile medaglia.”

Pensiamo all’aggettivo che si usa per descrivere generalmente il genere femminile. “Bellissima”. Tutto ruota sempre nell’area della bellezza estetica, e questo è un forte ascendente per tutte le bambine, poi adolescenti e donne. Quanto tempo, energie, dedizione e pensieri dedichiamo a sentirci più attraenti e belle. Per noi stesse, per gli altri. Ecco la psicologa Renee Engeln ha chiamato questa dimensione “malattia della bellezza”. 

La malattia della bellezza si contrae dall’infanzia, quando alle bambine viene trasmesso il messaggio che devono curare il loro aspetto più di qualsiasi altra cosa perché il corpo esiste per essere ammirato, usato.

Spesso anche giudicato fin da piccini, mostrando una certa insensibilità e incapacità nell’educazione del rispetto del corpo. Ne ho parlato qui. 

Convinzione condivisa dai media, dalle parole che usiamo, perfino dalla scuola, anche se facciamo fatica a capirlo. L’aspetto delle donne è sempre giudicato, in qualsiasi contesto. Come se fossimo perennemente su una passerella. Alle bambine si dice di essere in ordine, di non sporcarsi, di far attenzione ai capelli e ai vestitini. 

La malattia della bellezza è la sindrome malata attraverso cui la cultura controlla l’ascendente femminile, e da quello ne traduce le possibilità. Non è tutta farina dell’autrice, nel libro si trovano testimonianze, numeri e ricerche per provare questo fenomeno. 

Uno studio dell’università di Toronto ha seguito delle adolescenti per 5 anni e ha scoperto che, minori erano l’auto-oggettivazione e il monitoraggio corporeo, minori risultavano i livelli di depressione. In altre parole, se riduciamo la quantità di attenzione che le giovani donne dedicano al proprio aspetto esteriore, potremmo abbassarne anche i livelli di depressione. 

Continuo ad avere un passione per le borse, e a mettermi il rossetto, ma penso a quante cose io abbia rinunciato per le cicatrici della mia acne. Quanto tempo passato a coprire ciò che volevo nascondere, e pensando alla mia me adolescente, ora mi trucco solo quando ho voglia e non perché mi sento obbligata. 

Un libro da lasciare nei camerini dei negozi, da distribuire alle medie, e alla mamme. 

“La mia parola contro la sua”, di Paola Di Nicola

La violenza sessuale è l’unico delitto che, in tutto il mondo, ha come principale sospettata la vittima, anzi, la sopravvissuta. …”

È un saggio scritto dalla giudice penale Paola Di Nicola, riguardo la situazione dei pregiudizi di genere. Secondo il punto di vista giuridico seminando dati, numeri e testimonianze preoccupanti.

Pregiudizi così ben insediati che non riusciamo a vederli, che portano un avvocato a chiedere quale biancheria una ragazza portava nel momento dello stupro, perché si sa pizzi e merletti possono far apparire un facile consenso ad un rapporto sessuale. 

Paola Di Nicola affronta questo tema nelle aule di tribunale, ovvero dal luogo in cui dovrebbe regnare la verità e invece troppo spesso regna lo stereotipo. Giudizi preconfezionanti che guidano il nostro comportamento e il facile stereotipo verso una verità già assodata, ma anche discriminata e sessista. 

È un testo che parla tanto di parole, perché è la modalità più istantanea della manifestazione dei nostri pregiudizi. Il linguaggio racconta quello che siamo, e la modalità che usiamo per scegliere le parole rappresenta tutta la nostra non volontà di modificare l’assetto discriminatorio esistente. Un tema ridicolizzati da molti (fra cui tante donne) che non comprendano quanto il lessico usato rispecchia il nostro pensiero e conseguente società di appartenenza. 

C’è anche un capitolo sulla violenza sessuale, che arriva come una coltellata alla schiena. Ci sono numeri, dati che dimostrano quanto ancora si debba fare in termini di cultura e pena su questo tema. Perché tante donne non denunciano, e quando decidono di farlo, dimostrare il loro non consenso è complesso. 

“Non sono sessista ma..”, di Lorenzo Gasparini

Gli esseri umani non hanno un linguaggio per pensare e uno per esprimersi: non esiste alcun “interno: che poi viene tradotto nelle espressione proferite con la bocca, o scritte a mano o con la tastiera. Il linguaggio che adoperiamo è il nostro pensiero:non abbiamo una lingua misteriosa nel quale si formano pensieri e sentimenti che poi sono espressi con una parola piuttosto che con’altra”

In questo testo, Lorenzo Gasparrini affronta le risposta più frequenti quando si tratta di forme discriminatorie linguistiche. L’autore smonta stereotipi, false credenze e un lessico accusatorio. Un libro che aiuta a riconoscere il sessismo benevolo e consapevole, nelle parole che scegliamo nella nostra quotidianità. 

Perché “Ma fatevela una risata” non è più una giustificazione plausibile. Le buone intenzioni non sono più lo scudo di fronte ad una comunicazione, che vede nella supremazia maschile sempre e solo l’unico punto di vista. 

Uno di quei libri da portarsi nella borsa, come il rispetto del pensiero consapevole della responsabilità che abbiamo, e dei vocaboli liberi da pregiudizi. L’unico autore uomo di questa carrellata. 

“Gli uomini mi spiegano le cose”, di Rebecca Solnit

“Non tutti gli uomini sono misogini o stupratori. Il punto però è che tutte le donne vivono terrorizzate da quelli che lo sono.”

Prima di leggere questo saggio ero convinta che fossi stata fortunata, non avevo mai notato una forma così elevata di mainsplaning nei miei confronti. Ovvero l’abitudine, la sottovalutazione tutta maschile nel mostrare la loro conoscenza ad un pubblico femminile su qualsiasi tipo argomento, indipendentemente dal fatto che sappiano o no di cosa stanno parlando. 

Ho letto il testo e dalla mia memoria sono riaffiorati un sacco di episodi che vedevano del maninsplaning, la loro massima esposizione. Capita quando veniamo interrotte quotidianamente, quando ci sentiamo incapaci nonostante nella stragrande maggioranza dei casi abbiamo le capacità per esprimere il nostro pensiero. 

Rebecca Solnit racconta di un fenomeno globale e senza confini geografici dove le donne sono convinte che il proprio pensiero sia superfluo. Nell’800 le diagnosi di isteria erano la normalità. La situazione non è tanto cambiata se pensiamo a tutte le denunce per stupro e il forte pregiudizio “Se ti ha violentata significa che TU hai fatto qualcosa”. Oppure il classico: “Oggi hai il ciclo che sei così tanto incazzata?”

Anche qui ci sono casi di cronaca e numeri, insomma nessun raptus isolato. Ovviamente il testo allarga il raggio di azione, e sottolinea come non sia un discorso da generalizzare, e ci uomini in gradi di ascoltare e sostenerci ci sono. Nel libro viene riportato un tweet che dice:

Tutti noi dovremmo fare i conti con questo fenomeno, e dopo ripartire.

“Parità in pillole”, di Irene Facheris

“L’intersezione è un incontro. Il femminismo intersezionale è convinto che ci sia un filo rosso che colleghi le diversi discriminazioni. Il sessismo, il razzismo, l’omofobia…sono collegati. Quindi perché trattarli come se fossero problemi lontani? …Perché spesso, se una discriminazione non ti colpisce personalmente, non ti rendi nemmeno conto della sua esistenza.”

Nel mio percorso di studio del femminismo, sono inciampata in un video su YouTube, la rubrica si chiamava “Parità in pillole”. Il tema si può evincere in modo facile, e nel giro di un paio di ore mi sono letteralmente divorata tutto il materiale a disposizione sul canale Cimdrp, ovvero Irene Facheris. 

Laureata in psicologia, formatrice e attivista, dopo 4 anni in cui ha raccontato e spiegato vari nodi della parità di genere, decide di approfondire e snocciolare temi nuovi in questo libro. 

Irene Facheris ci accompagna per mano in un percorso verso la comprensione di temi che riguardano tutti, perché il femminismo non è di certo il contrario di maschilismo. Lo fa sostenendoci, usando un linguaggio semplice ma non superficiale, insomma come un’educatrice (scusate ma il paragone viene istantaneo) che sostiene la sua classe verso la comprensione dei diritti. Ormai è quasi opinione comune “Ma allora non si può dire più nulla!”.

I tempi cambiano, ed è giusto che la comunicazione e il comportamento della società diventi più sensibile e attento. Siamo proprio sicuri che si stava meglio prima? Ricordo che il matrimonio riparatore in Italia era in vigore fino all.. , l’altro ieri. 

I temi di cui tratta sono molteplici ma le discriminazione quotidiane e la sorellanza sono i miei preferiti. 

I libri presentati non sono destinati solo alle donne, la struttura sociale del patriarcato fa male anche gli uomini. Per questo, farebbe bene a molti leggere questi testi, perché le gabbie sono di tutti, e la libertà è per tutti.

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Annalisa Falcone
Sono un’educatrice e pedagogista. Non potrei immaginarmi a vivere felicemente senza questa meravigliosa e faticosa professione. Adoro leggere e la pedagogia è la mia passione più grande. Ho studiato e lavorato a Milano, Bologna e ad Alicante, piccolo e piacevole paese a sud della Spagna. Faccende di cuore mi hanno portato nel 2015 nell’affascinante Londra.

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