Come mantenere un legame a distanza tra famiglie e servizi educativi della prima infanzia

Di imparare non si finisce mai, e quel che non si sa è sempre più importante di quel che si sa già. Questa scuola è il mondo intero quanto è grosso: apri gli occhi e anche tu sarai promosso.”  Gianni Rodari, “Una scuola grande come il mondo”

È un periodo di emergenza per tutti, in cui ognuno fa quel che può con le risorse a disposizione. È la prima volta che questa generazione si ritrova a fronteggiare una situazione di questa portata e per questo nelle difficoltà, si fa riferimento all’insieme di valori e credenze su cui fondiamo il nostro lavoro durante il corso dell’anno. È quello che conosciamo e riusciamo a maneggiare meglio.

La chiusura delle scuole e dei servizi educativi è stata la prima misura di restrizione che il governo ha messo in atto. L’educazione non va a braccetto con la distanza di sicurezza, e questo avrebbe potuto causare seri effetti collaterali per quanto riguarda la salute pubblica. 

Per cui c’è stata la corsa a trovare un modo alternativo per continuare ad erogare un servizio, e considerando le norme restrittive, ricorrere agli strumenti digitali è stato istantaneo ed obbligatorio. 

Il 22 febbraio la maggior parte delle regioni italiane ha annunciato la chiusura dei servizi a sostegno dell’infanzia, e se per scuole questo si è tradotto nelle lezioni online, la faccenda è diventata più complessa per la fascia 0-6 anni. 

C’è stata una reale corsa per l’invio di contenuti differenti, dalle istruzioni per attività creative di vario tipo, alla lettura degli albi illustrati tramite video, canzoni e simili per continuare la relazione con i bambini e le famiglie. 

All’inizio non conoscevamo la potenza del fenomeno e si sperava che nel giro di qualche giorno, o poche settimane tutto potesse rientrare ai soliti ritmi ma così non è stato. Questo ha reso ancora più difficile una situazione già critica e delicata per differenti ragioni. 

Nell’invio di materiale come letture di albi, e una marea di attività con schede da compilare, colorare, lavoretti da fare, è necessario che tutti i professionisti si interroghino. 

Perché nei momenti di emergenza, ci si affida alle buone pratiche che si utilizzano durante l’anno e proprio sul lavoro di relazione costruito con le famiglie, e una filosofia educativa su cui fondiamo pensieri ed azioni quotidiane. 

Nessuno ci ha mai formato rispetto ad una situazione di questo tipo, ed essere in difficoltà rientra nelle condizioni particolari di queste settimane, ma dobbiamo cogliere questa sfida per condividere una cultura della cura autentica e reale. Un modo differente di fare educazione. 

Il tempo trascorso di fronte ad uno schermo per i bambini è già un argomento particolare da affrontare con le dovute attenzioni, per la fascia 0-6 diventa una questione iper sensibile. L’Organizzazione mondiale della sanità sconsiglia l’uso di dispositivi digitali fino al secondo anno di età (in realtà tra il primo e secondo anno tollera l’uso del digitale per il minor tempo possibile, massimo un’ora) ma differenti ricerche hanno evidenziato i danni possibili e sconsigliato l’uso fino ai 3 anni. L’uso moderato, di massimo un’ora al giorno per i bambini fino ai 5 anni è una linea guida che tanti pediatri comunicano. Per i bambini più grandi, le ore concesse non dovrebbero superare le due. 

Le neuroscienze ci dicono che nel corso del suo processo evolutivo, il cervello ha bisogno di fare esperienze tattili e motorie perché si sviluppino quelle aree sensomotorie che fanno da trampolino per la maturazione delle aree superiori, quella del linguaggio e del pensiero. 

Per questo, la montagna di video inviati possono rivelarsi un’arma a doppio taglio. Se da una parte possono apparire come una modalità utile e necessaria, dall’altra si dovrebbe fare una riflessione più profonda sull’utilizzo dello schermo come mezzo di comunicazione tra educatori e bambini.  

Inoltre il web è letteralmente impazzito mostrando proposte, attività varie con qualsiasi tipo di materiale seguendo la filosofia che fare i lavoretti sia istruttivo, piacevole, divertente. Così hanno fatto tante educatrici (scusate se uso il femminile ma sappiamo che per la fascia dei piccoli siamo tutte donne, chiedo perdono ai pochi educatori maschi della prima infanzia), inviando una tonnellata di idee con cravatte per la festa dei papà, coniglietti da colorare, pezzi da tagliare, incollare, comporre. 

Come se il continuo produrre fosse il fine dell’educazione. Questa mentalità è inserita all’interno di una “società della performance” che vede nel prodotto, il suo bene più prezioso. Educare deriva dal latino educere, tirar fuori ciò che sta dentro. È la prima nozione che ci insegnano all’università. Non è una tecnica, ma un processo lento, personale per ogni individuo. Gli educatori servono da supporto durante questo arco della vita. Spesso però ci dimentichiamo di questa base e sembra che ci sia un gap pesante fra teoria e azione. 

Un mio amico mi ha raccontato che l’insegnante della figlia di 4 anni, ha mandato loro un lavoretto per la festa del papà piuttosto complicato, così che ha dovuto aiutare la piccola per poi autoregalarselo. Ora, fermiamoci per un attimo e riflettiamo. Tutto questo ha senso?

Qui si dovrebbe aprire una mega parentesi su quanto queste benedette schede da compilare siano insensate, e cosa spinge le educatrici a proporle e i genitori a richiederle. Sicuramente una tradizione scolastica lunghissima composta da questo tipo di strumenti. Considerando che una parte della nostra educazione attinge anche dal sistema di riferimento che conosciamo, è quasi istantaneo che le famiglie richiedono determinate contenuti come la ricetta per fare la pasta di sale o l’uovo di pasqua di carta da decorare. Si fa riferimento all’idea di bambino che abbiamo. 

Chi si occupa di educazione, dovrebbe aver maturato una consapevolezza più profonda, e sapere che l’apprendimento avviene attraverso i sensi, e quindi con il corpo che sperimenta, tocca, sente, percepisce, si muove. 

Le schede non hanno nulla a che fare con questo, ma si sa che le rivoluzioni hanno bisogno di tempo, e avere il coraggio di imporsi e avanzare delle alternative è già un buon punto di partenza. 

Inoltre, dovremo interrogarci sulla motivazione che spinge a trasformare l’ambiente casalingo, talmente ricco con proprie caratteristiche meravigliose, in un servizio educativo richiedendo l’utilizzo di materiali che possono anche essere difficili da reperire. Inoltre, dovremo ricordarci che loro non sono gli educatori dei loro figli, ma i genitori e non possono avere le competenze che abbiamo costruito noi, quella circolarità di teoria e pratica. Ad ognuno, il proprio lavoro con le conseguenti responsabilità e compiti. 

A casa, anche in quella più semplice, si possono creare delle occasioni importanti di apprendimento e di relazione con ciò che ci circonda. 

Pensiamo a tutte le attività relative allo sviluppo dell’autonomia che possiamo svolgere nell’ambiente casalingo, per discriminazione per qualità e quantità, colore con tutte i materiali come mollette, ad esempio la divisione per colore del bucato.  Apparecchiando, sparecchiando si allena la capacità di far di conto, con ciò che troviamo in cucina per cui bicchieri e brocche di porcellana o vetro, forchette di alluminio. Dai due anni i bambini sono in grado di mettersi le scarpe da soli, e vestirsi, ma lasciandogli il tempo per provarci, sperimentando, non distinguendo destra e sinistra ma dandogli la fiducia che possono riuscirci. 

Nel Regno Unito c’è una desolante fretta alla prescolarizzazione, è un dato culturale con cui mi scontro tutti i giorni. Ricordo una mamma, molto preoccupata che il figlio di 4 anni non avesse raggiunto alcune competenze più “didattiche”, senza badare al fatto, che lui non avesse ancora fatto propri alcuni meccanismi relativi alla cura di se. Nel vestirsi e mettersi le scarpe mostrava ancora molte difficoltà rispetto ai compagni. Per cui, aveva raggiunto una serie di conoscenze in ambito didattico relativo all’alfabeto e far di conto, ma non era in grado di infilarsi le scarpe e i jeans. Perché si respira tutta questa preoccupazione per gli obiettivi didattici da compiere, senza aver prima focalizzato l’attenzione su ciò che davvero serve ai bambini?

Rispondere alle richieste dei genitori è faticoso, richiede tempo, e anche una certa professionalità nell’accompagnare l’interno nucleo familiare verso un fare educazione, che abbia un significato profondo e non sia il risultato solo di qualche attività ricreativa. 

L’educazione è molto più consapevole rispetto alla mera animazione, e dunque all’intrattenimento a cui spesso viene richiesto di rispondere. 

Inoltre, ciò che fa davvero davvero la differenza tra un professionista e un animatore risiede nell’intenzionalità educativa, quella competenza specifica che basa le proprie pratiche su scelte consapevoli e motivate da una ragione profonda, e non solo dal semplice colorare. Aver chiaro l’obiettivo, e la capacità da sviluppare. È l’intenzionalità che trasforma un gesto in un’azione educativa. 

Ad esempio che i travasi non siano solo una semplice attività in cui si possono manipolare differenti materiali, ma stimolano la coordinazione occhio-mano, sviluppano la concentrazione e allenano la motricità fine. Capacità fondamentali nel saper impugnare una matita, ad esempio. 

Dietro l’intenzionalità educativa si narrano le motivazioni che si celano dietro la manipolazione della pasta di sale, o di qualsiasi altro materiale, ed è differente da mettere insieme gli ingredienti per la sabbia cinetica ad esempio. 

Tutte consapevolezze che hanno bisogno della relazione per esser costituite e anche narrate, per cui complesse in queste settimane in cui le distanze sociali sono essenziali per il benessere comune. Decidere come procedere, è una sfida. 

Innanzitutto, dovremo sottolineare l’importanza di creare e mantenere una certa ritualità nello scandire i nuovi tempi. Distinguere i giorni lavorativi dai weekend, per dare forma ad una nuova routine.

L’altro tassello che mostra la difficoltà della faccenda risiede nel nostro ruolo che generalmente è rivolto in parte maggiore ai più piccoli, rispetto ai genitori, mentre ora questa formula si è invertita costringendo le educatrici a relazionarsi in forma maggiore con le famiglie. Anche in situazioni di ordinarietà, la relazione con l’intero nucleo familiare è un elemento basilare, ma proprio come percentuale di tempo destinato, l’incontro con i genitori si riversa solitamente su una fetta più esigua. 

L’emergenza ha dato l’occasione a squadre di mamma e papà ed educatrici a dialogare di più. Questo, nei casi più positivi, ha portato nuova linfa alle relazioni ma anche parecchie toppe da rattoppare. 

Illustrazione di Holly Clifton-Brown, dall’albo “Stella, babbo e papà”

Considerando questi aspetti, i servizi educativi mostrano tutta la loro discrepanza, ma anche il loro valore aggiunto. Una delle tante aree su cui lavoriamo è anche la resilienza, ovvero la capacità di affrontare le situazioni di difficoltà, attraverso la flessibilità e una serie di strumenti e consapevolezze che costruiamo nel nostro percorso di vita. Per questo, dobbiamo ribaltare la situazione critica e trovare un modo differente di esplicitare il nostro ruolo.

Domandarci: come stanno i bambini?

Le risposte ai video sono varie: c’è chi fugge e non regge questa nuova forma di relazione, chi mantiene un autocontrollo che non riesce a gestire a videochiamata terminata. Inoltre, pensiamo ai piccoli con abitazioni piccole, senza giardino e sostegno opportuno, quelle situazioni di disagio, dove povertà, abusi e difficoltà economiche sono all’ordine del giorno. Per non parlare dei bambini con disabilità, dove la relazione è il punto focale e per cui spesso non vengono inclusi nel disegno grande dell’apprendimento online. 

Come stanno i loro genitori?

Le preoccupazioni sono numerose, e l’organizzazione fra l’arrivo dei contenuti, le lezioni online e lo smart-working è un gioco di equilibristi professionisti. Dal punto di vista emotivo dobbiamo gestire un peso enorme, con la paura di poter contrarre il virus, l’ansia relativa ai nostri familiari, e non poter contare sulle attività sociali che hanno proprio il compito di risollevarci dalle crisi.

Qui troviamo la capacità resiliente del nostro servizio, che si traduce nella possibilità di prendere una nuova forma adattandosi ai cambiamenti. Dovrebbe essere una qualità solida del mestiere che ci siamo scelti, ma è necessario un cambio di prospettiva. 

Siamo chiamati a rispondere ad una sfida articolata ma dovremo almeno provare a smuovere alcune convinzioni errate. Fra cui quella dell’educazione come mero prodotto. 

Iniziando almeno da una riflessione con i genitori, rendendoci disponibili a videochiamate fra adulti per avere un importante feedback da parte loro, e chiarendo eventuali nodi che si sono creati. Istituire uno spazio privato e adeguato, in questo caso l’email sarebbe la forma migliore, per condividere ciò che le famiglie ritengono più’ opportuno come osservazioni, stati d’animo, racconti, domande, momenti di ordinarietà. Accogliendo ciò che emerge dalle narrazioni dei genitori, si possono mettere sul tavolo delle riflessioni i bisogni espressi, quelli impliciti, i punti in comune, e partendo da queste si può costruire un supporto alla genitorialità sostanzioso. Dobbiamo essere in grado di far partire un nuovo tipo di dialogo che si allarghi, in grado di abbracciare diverse angolazioni, provando ad uscire dal nostro sguardo che corre il rischio di estraniarsi dalla situazione corrente. 

Illustrazione dall’albo “We are Welcome”

Da qui possono nascere sostegni che mirino i genitori a diventare più consapevoli, ruotando la formazione su alcune tematiche come il tempo lento, l’importanza del gioco libero, lo sviluppo del linguaggio, offrirgli delle cornici teoriche su ciò che aiuta il nostro cervello durante l’apprendimento consigliando spunti e letture. Le idee non mancano e devono basarsi soprattutto sugli interessi dei genitori, per cui piccoli seminari brevi sulla competenza emotiva, la gestione delle emozioni, un approfondimento su queste ultime. 

Infine anche i video possono essere dei validi attrezzi del mestiere, ma da valutare in itinere e cercare di andare oltre la logica del dover fare ad ogni costo, tagliando i principi che seguiamo nella nostra pratica quotidiana pur di andar incontro alle volontà altrui. In caso, siano piacevoli e brevi, in grado di stimolare la curiosità e la voglia di esplorare con quello che abbiamo a casa. In Italia, ricordo che quando lavoravo al centro estivo, i materiali finirono dopo una settimana, e così ci siamo dovute adattare con quello che avevamo, e abbiamo chiesto ai bambini di costruire dei giochi con quello che avevamo a disposizione. 

Mettiamoci in ascolto, e diamo delle alternative rispettando tempi e spazi, come facciamo nelle situazioni ordinarie. Pensiamo a quando proponiamo ai bambini una particolare attività, le risposte non sono mai univoche, ma sempre differenti e singolari. 

Un po’ come fanno, Dave e Sam nell’albo illustrato “Sam e Dave scavano una buca“, che affannati a cercare il loro diamante scoprono quanto sia prezioso la relazione che li unisce e il tempo trascorso insieme.

In Inghilterra c’è l’usanza di togliersi le scarpe quando si entra nelle case altrui, per non sporcare. In Giappone è una reale tradizione che si usa anche al ristorante e nelle classi scolastiche. Il suolo all’esterno della casa è considerato impuro così come lo sono le suole delle scarpe venute a contatto con esso. Quello che sta all’esterno è considerato non igienico e va pertanto lasciato fuori. Quando si entra in casa infatti le scarpe si tolgono in un apposito spazio detto genkan 玄関, generalmente più basso rispetto al piano del pavimento della casa. È una tradizione ormai imprescindibile anche in età moderna e non seguire queste regole è ritenuto scortese e irrispettoso.

Ed è una metafora che calza a pennello in queste situazioni. Offriamo il nostro aiuto, sostegno, proponiamo un modo per stare insieme e creare dei legami valorosi, rispettando l’ambiente che stiamo in qualche misura invadendo.

Offriamo il nostro modo di creare relazioni, proponendo esperienze da fare insieme o solo accogliendo ciò che le famiglie siano disposte a raccontarci senza pressioni. Ci sono già parecchie ansie nell’emergenza. Pensiamo alle famiglie e bambini che compongono le nostri classi, ai loro interessi, sviluppiamo un pensiero creativo divergente. Impariamo a conoscerli anche in questa strana situazione. 

In educazione si usa molto la metafora dell’educatore come un giardiniere, lo sosteneva Danilo Dolci e anche Maria Montessori, e proprio qui possiamo cogliere l’occasione di creare le condizioni per un buon terreno, affinché con le cure quotidiane si possa crescere insieme. 

Non ci sono ricette magiche, per cui è corretto sperimentare e offrire una serie di possibilità che seguano il principio di cura autentica, come supporto al bambino, e non sostituendosi a lui.

Mettendo la nostra intenzionalità educativa in tasca, valutiamo durante il percorso se la strada che stiamo attraversando può rivelarsi valida o si deve cambiare sentiero. 

È un processo articolato, una modalità differente di educare, ma siamo chiamati a fare educazione, e dobbiamo rinnovare questa nuova responsabilità. 

Mettiamo a disposizione la nostra personalità, il calore che possiamo trasmettere, perché al di la delle filosofie educative esistenti, le strategie messe in atto, e i vari modelli e stili relazionali, quello che fa davvero la differenza è la relazione. Sono le persone che rendono l’educazione stimolante e piacevole. Per questo, dovremo capire che oltre agli strumenti scientifici ci sono i valori che ogni professionista deve mettere nel suo zaino delle competenze. 

Illustrazione di Marco Soma

Daniela Lucangeli, in una delle sue ultime dirette citava Kierkegaard:  “Non ho risposte ma posso scegliere.” Il senso sta tutto qui.  

Appena trasferita a Londra, ricordo con nitidezza tutti i momenti di difficoltà nell’apprendere un modo diverso di lavorare, una routine culturale del paese che avevo scelto con le sue conseguenze. La difficoltà con la lingua, e una modalità differente di comunicazione. Il mio motto era “Ogni ostacolo è un’opportunità” e potrei tatuarmelo dalla quantità di volte che ho detto a voce alta questa frase. Teniamolo bene a mente in ogni crisi.

Una parte del lavoro si basa anche sul tipo di fiducia e relazione che abbiamo instaurato con le famiglie durante il corso dell’anno, se troviamo un terreno fertile o arido. Un modo di sviluppare una coralità relazionale potente che si basa su nuove necessità, domande differenti che devono trovare nella ricerca continua le proprie risposte, o nuove domande. 

Perché un altro strumento per rendere il nostro raccolto valoroso è dato dai  materiali che si usano per impiantare i semi, annaffiare, ma soprattutto è come si compie un impianto di gesti. La modalità scelta.

Tutto questo sarebbe fantastico se si realizzasse, ma sappiamo che nel mondo reale troviamo parecchie differenze con quello fantastico.

Ultimo punto e forse il più delicato, riguarda anche le condizioni contrattuali ed economiche di tanti servizi e colleghi. Chi è in cassa integrazione, chi rischia davvero di chiudere, chi sta fallendo. Quando lo stipendio non viene percepito, quando non si ricevono feedback, quando si lavora in contesti con i quali anche una connessione internet e la disponibilità di avere un pc diventa difficile, attivare tutte le modalità elencate è molto arduo. Comprendo chi ha deciso di interrompere i rapporti perché non riceve uno stipendio, o chi non invia più nessun tipo di connessione con le famiglie che si sono ritirate dal servizio. 

La solitudine è uno degli stati d’animo più forti in queste settimane. 

A peggiorare la situazione, si inserisce l’incertezza per il futuro, e soprattutto il pensiero che la cura della prima infanzia sia un fattore scontato e superfluo, qualcosa a cui rinunciare e tagliare senza ripensamenti. Quasi inesistente per le istituzioni. L’educatrice è quel ruolo che vive di scarsa considerazione in tempi normali, per questo respiriamo della fatica e l’ansia del produrre che ci spinge verso direzioni poco utili. Qui noi abbiamo una parte di colpa, perché dovremmo iniziare a raccontare meglio ciò che accade all’interno dei nostri servizi, condividere perché prendiamo determinate decisioni, narrare dell’intenzionalità educativa di cui parlavamo prima. 

È un periodo nero per tutti, e spero davvero che ognuno faccia del suo meglio nell’affrontarlo. 

Io ho deciso di attaccare alla parete un messaggio che Joanne Rowling , l’autrice di Harry Potter, dichiarò ai neolaureati di Harvard, nel 2008:

“Perché parlo dei benefici del fallimento? Semplicemente perché il fallimento significa allontanarsi dalle cose essenziali. Ho smesso di fingere di essere qualcosa di diverso da quello che ero, e ho iniziato a concentrare tutte le mie energie per finire l’unico lavoro che mi interessava”

Quando l’ansia diventa eccessiva, provate a rileggere questo messaggio e a trovare sollievo nella letteratura per l’infanzia. Riesce sempre a trovare le parole giuste con una sensibilità rara.

Nella vita, sono molte le cose che passano. Si trasformano, se ne vanno. Il sonno finisce. Una piccola ferita guarisce (quasi) senza lasciare traccia. La musica scivola via, proprio come le bolle di sapone». Beatrice Alemagna, “Le cose passano”

Quello che non dovremo smettere di fare è il perenne interrogarsi, con la buona formazione, letture, conferenze, coltivare relazioni, e cogliendo questo momento per avvolgersi nella dimensione di ricerca continua.

Prendetevi cura di voi, sia una buona quarantena per tutti!

Illustrazione di copertina di Gusti, che fa parte dell’albo illustrato ” Evviva le unghie colorate” di Nucheocho

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Annalisa Falcone
Sono un’educatrice e pedagogista. Non potrei immaginarmi a vivere felicemente senza questa meravigliosa e faticosa professione. Adoro leggere e la pedagogia è la mia passione più grande. Ho studiato e lavorato a Milano, Bologna e ad Alicante, piccolo e piacevole paese a sud della Spagna. Faccende di cuore mi hanno portato nel 2015 nell’affascinante Londra.

2 Comments

  1. Complimenti per il blog. Sono una laureata in Assistenza Sociale che, in un piccolo paesino della Liguria, ha creato un’associazione culturale che si occupa di promuovere un’altra idea di educazione rispetto a quella informativa e iper competitiva che caratterizza buona parte delle scuole italiane. Ciò che hai descritto nel blog rispecchia a fondo gli obiettivi e la metodologia dell’associazione e mi ha aiutato a riflettere. In questo periodo molto complicato io e i miei collaboratori ci siamo trovati molto in difficoltà sulla gestione dei rapporti con le famiglie e con i bambini e questo articolo offre sicuramente buoni spunti di riflessione. Grazie

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