Il lavoro di relazione ai tempi del COVID-19

“Di cosa hai paura? Di vivere senza esistere. 
Spiegami. Ciò che mi affatica di più non è il mio bisogno degli altri. 
Cos’è allora? È che non abbiano bisogno di me.”
Charles Gardou, “Nessuna vita è minuscola”

Nel grande gioco di equilibri che questa emergenza ci ha costretto ad affrontare, c’è un ruolo che, per natura professionale, si ritrova come un giocoliere su una trave. Non sono al lavoro solo medici, infermieri, commessi, e magazzinieri del supermercato, e tutti coloro che ci permettono di vivere una quarantena in qualche modo sicura, ma anche un ruolo spesso bistrattato in tempi normali, ora mai menzionato. Tutti gli operatori sociali che lavorano con un gruppo di persone sensibili, considerate invisibili.

I bisogni non vanno in quarantena.

Come le poche risorse che diventano granuli di sabbia che scivolano tra le dita, le ore che si quadruplicano per far fronte a turni più lunghi, e provare a mettere una toppa laddove una mascherina non arriva, o non protegge dalla solitudine. 

Le scuole sono state le prime a chiudere i loro portoni, insieme alle classi della prima infanzia, che con non poche difficoltà, stanno cercando di mantenere un legame tra servizi e famiglie. Chi invece non ha potuto fermarsi, come ad esempio gli educatori nelle comunità, RSA e per i senza fissa dimora, nelle carceri minorili, chi ha iniziato a domandarsi come continuare a fare ciò che gli veniva chiesto, ma che sembrava in controsenso con tutto ciò che le misure restrittive richiedono, fare il proprio lavoro. Una professione fatta di contatto, fisico e relazionale, di sguardi, gesti, silenzi e soprattutto vicinanza che non si coniuga con il “metro di distanza”. 

C’è stata una corsa al COME fare relazione, e qui gli educatori hanno dato il meglio di loro in una competenza rara e speciale che il mondo dell’istruzione forse un po’ ci invidia: la creatività pedagogica. Per cui via libera a karaoke improvvisati, preparazione di qualsiasi cosa preveda l’unione di mani, farina e uova, il film della sera che diventa la serata al cinema con dei pop-corn bruciati. Stratagemmi per far trovare il lato divertente di portare fuori l’immondizia. 

La tecnologia ci ha aiutati, con le telefonate ai familiari, le dirette video, per riempire in forma virtuale le assenze fisiche. 

Tornare a ricordarci che la relazione è fatta anche di gesti di cura concreti, che passano per la preparazione e l’erogazione di pasti caldi, l’organizzazione della spesa quanto i membri sono gruppi oltre la decina, preparare un letto accogliente. Beni materiali che vedevano come meccanici, quasi superflui nella relazione, e ora diventano un modo per tenerla viva. Soprattutto quando pensiamo che chi vive per strada, rischia anche di esser multato. 

Foto da “Progetto Arca”

Diventiamo i loro custodi prioritari, tramite uno schermo e il sorriso con le guance che si intravede da una mascherina. 

Anche quando le protezioni non arrivano, diventiamo i Giovanni Muciaccia dell’educazione e ci reinventiamo una nuova quotidianità. Con parole che si mescolano alle preoccupazioni, ma anche ai divieti e alle rassicurazioni, si sfumano in questa nuova ordinarietà fatta di questo miscuglio di tentativi di normalità e apocalisse. Per perseguire l’obiettivo principale che abbiamo, il benessere di chi ci prendiamo cura. Nonostante la paura che passa dal non toccare nulla, aspetta dove sono i guanti, al terrore di poter infettare chi devi supportare. Attenzione suprema ad ogni starnuto, perché siamo responsabili di persone che hanno già il cuore pieno di difficoltà e pensieri articolati e non vogliamo dargli anche il peso  del virus. 

In uno spazio in cui non si possono fare previsioni, per cui rassicurazioni e pianificazioni. Il tempo acquista uno spazio più lento, denso, e trovare l’opportunità nelle difficoltà, non è alla portata di tutti. 

Chi lavora nelle dipendenze sa quanto le attività quotidiane che segnano il trascorrere del tempo, e a volte anche con il traguardo di obiettivi, siano vitali. Assumersi la responsabilità di un compito quotidiano, e portarlo a termine diventa un’azione pari al respirare. Tolta questa, la solitudine diventa la protagonista principale, e con lei il panico, l’angoscia e il rischio della depressione. Non tutti hanno familiari e amici di cui preoccuparsi, c’è solo un tempo ingombrante dove il fare viene annullato, e il pensare è l’unica via, senza fughe possibili.

Per cui diventiamo paracolpi di frustrazioni, quella altrui e la nostra, in cui proviamo a fare del nostro meglio tra il caos di informazioni e di risorse. Senza nessuna corsa e l’onnipotenza di esser dei supereroi, ma con la perenne ricerca, e forza nelle braccia di chi vuole costruire dopo un terremoto. 

Chi fa questo lavoro, è obbligato a prendere anche una laurea ad honorem in problem solving senza passare dal ricovero. 

Un tempo per ripensare e vivere le distanze, anche per chi fa i conti tutti i giorni con la perenne lontananza sociale e fisica. Alle persone con disabilità che incontriamo, non i bambini a cui rivolgiamo qualche sorriso e segno di tenerezza, mi riferisco a quel mondo di adulti che grida di esser riconosciuto. Attraverso la dignità di un lavoro, di esser in grado di avere una vita autonoma, o più vicino possibile a questo obiettivo. Sguardi di imbarazzo, chi si allontana, qualcuno che forse sorride ma con la debita distanza per non esser contagiati. Pensate che per molte persone, la distanza sociale non è temporanea ma la piena normalità. Come ai tempi del COVID, in cui tutti possiamo provare la sensazione di essere gli untori, solo perché andiamo a fare la spesa. Possiamo forse intuire le urla di disprezzo che ci lanciano dai balconi e gli sguardi di terrore e disgusto perché colpevoli di uno starnuto. Sia dunque un momento per pensare alla corporeità negata solo per il fatto di non esser perfetta. 

A chi non trova un lavoro in tempi normali, perché ha una disabilità e combatte con gli stereotipi di una società che vuole solo produrre. A chi se lo crea il lavoro, nonostante tutto ed è sicuramente più svantaggiato di altri nella lotta contro il virus.

Foto scattata nel negozio “Il bottegaio nostrano”, della Fondazione CondiVivere, in via Giuseppe Tartini 14, Milano

Dove riunire modi diversi di fare didattica, includendo anche chi ha un disturbo dell’apprendimento o una disabilità. Ci sono bambini e ragazzini disorientati, che non dispongono delle risorse digitali richieste, e tutti coloro che hanno difficoltà ad avere una minima capacità di concentrazione con la lezione frontale, qui rischiamo di perderli.


Foto Fabrizio Corradetti / LaPresse

Perché oltre all’emergenza sanitaria ed economica, il virus ha spogliato la scuola e i servizi di tutti i suoi meccanismi poco trasparenti e li ha portati alla luce. Nel scegliere i nuovi abiti, gli educatori devono fare il doppio lavoro di trovare nuove stoffe e aderenze personali. Ancora una volta.  

Ogni fa quel può, e come spesso accade, chi aveva una difficoltà prima, ora rischia di vedere lo scarto con le competenze da raggiungere sempre più elevato. Le diseguaglianze non si mescolano bene con la didattica a distanza. La scuola, oltre a essere un contenitore sociale e cognitivo, con le sue lezioni scandisce una quotidianità precisa, il tempo è meccanico, dando un ritmo con un significato per raggiungere traguardi e risultati. Le giornate tutte uguali mandano in frantumi i piani del raggiungimento delle competenze che ruotano attorno all’autonomia, perché quando il cognitivo ha delle lacune, l’esperienza diretta è il massimo esponente per l’apprendimento. Questo nella didattica a distanza, nonostante l’impegno, non è contemplato. 

Luoghi in cui se le attività si sono azzerate, i progetti sono rimandati. Per cui incontri con familiari interrotti, tirocini cancellati, udienze posticipate, tribunali chiusi senza una data di riapertura. Saltano i piani e gli equilibri. Gli operatori diventano così anche custodi di stati d’animo confusi e contraddittori, come capitani esperti dell’incertezza.

C’è anche una guerra tra fragilità, con il timore che tra gli evasi dalle carceri possa esserci qualche orso che rispunta dal passato, e qui le ansie si moltiplicano, come le nostre parole di finta rassicurazione, e i dubbi che si travestono da sicurezze, e la frase “Andrà tutto bene” inizia ad essere stonata, anche se è un pensiero che abbiamo incollato negli sguardi. Quelli con gli utenti e i colleghi, che incrociamo al cambio turno, e ci si saluta con gli occhi, scambiandoci pensieri che hanno tutto il peso della fatica. 

Pensieri che vanno a chi vive le mura domestiche come una prigione, in cui le botte e le umiliazioni sono diventate più frequenti. Un tempo in cui le telefonate, rispetto alle chat, hanno ripreso le sembianze degli aiuti. A chi ha deciso di denunciare, alle donne vittime nei centri antiviolenza, che indossano i vestiti della volontà di riconoscersi una dignità, tirando fuori talmente tante forze e voglia di libertà che non pensavano nemmeno di poter avere.  

A tutti quei bambini e adolescenti che hanno i genitori in ospedale, e vengono catapultati in comunità. Per loro dobbiamo buttare giù una confezione di spinaci come Braccio di ferro e inventarci nuove braccia forti, e occhi accoglienti per infondere fiducia in adulti che non conosco, in un ambiente estraneo.

Stiamo raccogliendo ciò che possiamo, pronti a incollare i cocci di mille pezzi ma c’è anche una grande consapevolezza che stiamo riscoprendo. La capacità, anche nei più sensibili, della pura e concreta resilienza. Eravamo preparati al peggio, e stiamo osservando comportamenti consapevoli del pericolo, e rispetto delle regole generali.

Accade così che le persone disabili che vengono definite con basse risorse cognitive, sociali e relazioni, stanno mostrando tutto il loro potenziale. I ragazzi definiti “ribelli”, a cui vengono cuciti addosso pregiudizi ed etichette, comprendono la portata dell’emergenza e diventano cittadini esemplari, in tiratura maggiore rispetto a tanti adulti o persone che dovrebbero sostenerli e si credono su un piedistallo perenne. Stai a vedere che gli emarginanti, i “pazzi”, disabili stanno affrontando tutto meglio di noi tutti, che dovremo essere i loro sostenitori. 

Siamo abituati a sintonizzarci sulla lunghezza d’onda delle loro difficoltà, e con un bagaglio spesso pesante, ci stanno dimostrando che sono in grado di tirar fuori lo strumento più prezioso: la caparbietà di fronteggiare un evento complesso, imprevisto e paralizzante, al meglio delle loro risorse. Nonostante i più fortunati vedano i familiari da uno schermo, e gli anziani vivono un presente povero, che ha distrutto le loro fondamenta basate sulla ripetizione di routine consolidate, per aggrapparsi ad un futuro che risulta amaro. Solo per un po’ di amore dai nipoti, mariti o mogli o semplicemente dalla vita. 

Foto di Antonio Bronic. Zagabria, Croazia, 25 marzo 2020

Stiamo intuendo che lavorare sulle competenze socio-emotive serve ed è necessario. Ovvero tutte quelle consapevolezze che riguardano l’inserimento nella vita sociale, come  la capacità di autoregolarsi e di relazionarsi, il rispetto per le norme sociali e la responsabilità di compiere scelte costruttive. 

Abbiamo scelto un lavoro che ha nella propria natura l’accoglienza di nuove sfide, con la possibilità di mettere le mani in pasta, sviluppando abilità nel maneggiare l’enorme potenziale umano di cui abbiamo la responsabilità, per costruire dei luoghi del divenire e del possibile. Dove la prevenzione diventa primaria, mentre sei occupato a pulire gli occhiali da violenze bianche e visibili, aggressività e mancanze.

Le storie si incrociano, e tutti diventano sostenitori del proprio vicino, senza troppi limiti di ruoli. In cui si respira una vicinanza armonica, nonostante i pranzi non siano più queste grandi tavolate ma posti a sedere alternati. Si sincronizzano i respiri, e le carezze si fanno con gli occhi. Tempi in cui il gruppo è il dispositivo centrale della relazione, che si fa carico delle sensibilità del singolo in queste settimane di quotidianità surreale. 

Foto di “Progetto Arca”

Diventa tutto più complicato se guardiamo il conto in banca perennemente con il segno di sottrazione, lo stipendio che arriva sempre in ritardo, e ci sono volte che inizi a domandarti perché lo stai facendo. Perché questo è un lavoro, non una missione umanitaria. 

Questo periodo è una prova per noi adulti, la nostra capacità di tirar fuori ciò che tanto chiediamo dagli altri, e che dovremmo esser noi per primi a mostrare. La possibilità di tirar fuori una possibilità dagli ostacoli, prendere nuove forme di resilienza di fronte ad un presente che cambia abiti ogni giorno. 

Siano settimane dove sciogliere i ritmi frenetici e rallentare, in tutti i sensi. Il mondo è fermo, e se la quarantena ci obbliga dentro delle mura, sia un tempo per ripartire, inventandosi di nuovo una modalità nuova per tirar fuori ciò che di prezioso ha l’essere umano. Strategie affinché le fragilità non diventino povertà acuta. 

Per riprendere una vita normale, soprattutto a chi non l’ha mai vissuta.

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Annalisa Falcone
Sono un’educatrice e pedagogista. Non potrei immaginarmi a vivere felicemente senza questa meravigliosa e faticosa professione. Adoro leggere e la pedagogia è la mia passione più grande. Ho studiato e lavorato a Milano, Bologna e ad Alicante, piccolo e piacevole paese a sud della Spagna. Faccende di cuore mi hanno portato nel 2015 nell’affascinante Londra.

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