Come insegniamo (involontariamente) la cultura dello stupro a bambinə e adolescenti

Nessuna famiglia o educatrice educa esplicitamente alla cultura dello stupro ma ogni giorno, ci sono comportamenti, atteggiamenti, precise pressioni, parole ed aspettative sociali che contribuiscono a costruire un determinato pensiero sessista e discriminante. Si costruisce così un atlante di prassi e un linguaggio preciso che porta alla cultura dello stupro e viene tramandato, subito e così trasmesso e diffuso. Senza che tutto questo sia fonte di un lavoro volontario.

Cos’è la cultura dello stupro?

Un insieme di comportamenti, termini linguistici, atteggiamenti che trasmessi culturalmente spesso involontariamente diventano pratiche abitudinarie con cui gli uomini pensano e si approcciano alle donne, come parlano di loro, dalle chiacchiere di spogliatoio, ai finti complimenti, alle chat di Telegram dove ci si scambia materiale pornografico senza consenso. Tutto questo porta alla cultura dello stupro che vede nella violenza sessuale il prodotto finale. 

Generalmente non si discute direttamente di stupro ai bambini e alle bambine, almeno fino a quando non raggiungono l’età adolescenziale ma inviamo continuamente messaggi inerenti al sesso e al consenso. Per questo, dobbiamo fare un’opera di consapevolezza profonda e fare attenzione alle parole che pronunciamo e azioni che svolgiamo nella nostra quotidianità così da rompere la catena di atteggiamenti che educa alla cultura dello stupro. 

 1 . “Questo è da maschi”

Spesso viene utilizzata la frase “I maschi sono fatti così” senza nessuna valutazione negativa, ma spesso viene usata per giustificare comportamenti sbagliati e violenti nei confronti di altri bambini e bambine. Spesso accettiamo che i bambini abbiano comportamenti sbagliati perché crediamo che in loro ci sia un lato intrinseco ed biologico fatto da atteggiamenti irruenti e aggressivi. In realtà i bambini se vengono accompagnati ad elaborare una competenza emotiva in grado di gestire emozioni e dovuti comportamenti, sono perfettamente in grado di rispettare gli altri. Tuttavia se ogni volta vengono giustificati per le loro azioni, apprenderanno che non possono controllare i loro impulsi “perché sono fatti così”. Operazione che inizia fin da piccoli per continuare durante l’adolescenza. Questo messaggio non troppo implicito li accompagnerà nel loro percorso anche quando arriva il desiderio sessuale. Come adulti non possiamo sconvolgerci se poi ragazzi e giovani si sentono autorizzati a manifestare i loro impulsi in modo fisico e verbale tramite molestie e aggressioni. Durante la loro crescita abbiamo detto a loro che non controllare i propri comportamenti irruenti rientrava nella normalità perché “I maschi sono fatti così”.

2. Obbligare a baciare

Questa richiesta fa parte di un pensiero tradizionale che vede nel contatto fisico una manifestazione di gentilezza e cordialità. In epoca pre-covid era quasi un’abitudine obbligare i bambini a baciare o abbracciare parenti e amici senza chiedere a loro se ne avevano voglia. Diventa così una pratica quotidiana accettare di baciare qualcuno contro la nostra volontà, anche in situazioni controverse trasmettendo un messaggio rischioso e pericoloso riguardo al consenso, che può essere ignorato e calpestato. Il virus ci ha aiutato ad allentare questa routine ma possiamo continuare verso questa direzione ed incoraggiare altre modalità come il semplice saluto con la mano, o il “Dammi il 5”. Offrire alternative valide significa sottolineare che il consenso esplicito è un fattore fondamentale in qualsiasi tipo di relazione.

3. Fare slut-shaming di fronte a bambini e ragazzi

Lo slut-shaming è la tendenza a giudicare negativamente una persona (una donna) per la sua attività sessuale o per i suoi comportamenti che fa parte della convinzione che essere sessualmente attivi, avere atteggiamenti provocanti o vestiti sexy sia sbagliata. Se piccoli e adolescenti sentono giustificare dai loro genitori e da adulti competenti lo stupro o l’aggressione sessuale in qualsiasi modo, interiorizzeranno il messaggio che questa riflessione sia corretta. Ascoltare dialoghi che umiliano le donne per la loro sessualità o il loro abbigliamento, trasmette a loro il messaggio che offendere e mortificare sia una pratica usuale e normale. In questo modo possono convincersi che ci siano circostanze in cui donne e ragazze meritano di essere violentate o aggredite, o credere di avere il diritto di commettere (o anche solo giustificare) uno stupro o aggressioni sessuali se la vittima abbia aderito a certo schemi che comportamento ad un giudizio negativo come un vestito corto.

4. Insegnare ai bambinə che i ragazzi picchiano le ragazze perché gli piacciono. L’amore non è violento e possessivo.

Occorre insegnare che la violenza è sempre sbagliata, ed è essenziale che bambini e adolescenti imparino presto che picchiare o ferire qualcuno per attirare l’attenzione non va mai bene. Non è assolutamente un modo per mostrare a qualcuno che ti piace o ci tieni.Giustificare la possessività di un ragazzo nei confronti di una ragazza, esprimere il pensiero “Lo fa perché gli piace – ci tiene” è fortemente sbagliato. Rinforza il pregiudizio che l’amore è violento e rientra nella normalità essere controllate e possedute. Tale pensiero contribuisce alla creazione del forte stereotipo che può portare ad accogliere la violenza fisica e verbale del proprio partner, ma educa anche che i desideri di attenzione non possono prevaricare i sentimenti delle persone a cui vogliamo bene. 

Se questa non è cultura dello stupro, non so cosa sia.

5. Il focus eccessivo sulla bellezza

Il complimento che viene sempre fatto alle bambine di fronte a qualsiasi evento è “Sei bella”. Come se la bellezza fosse l’unico obiettivo da raggiungere ed il solo binario da perseguire per lo sviluppo della propria personalità. Tale pensiero porta a costruire un meccanismo verso la focalizzazione di energie, tempo e risorse sul paradigma estetico. Essere attraenti, seducenti e belle appare il traguardo da raggiungere. Questo comporta a valutare se stesse solo con le sfumature della bellezza e a trasmettere al mondo maschile che essere belle è un obbligo per compiacere il loro desiderio. In un contesto simile le donne sono sempre viste come dei soggetti perennemente in passerella che devono essere osservate, valutate e conquistate. Ho approfondito qui la questione. 

6. Non permettere ai maschi di piangere 

I bambini maschi, in modo particolare quando arrivino alla pre adolescenza imparano presto che esprimere le proprie emozioni è una debolezza. Finiscono così per interiorizzare la convinzione che piangere è un atto debole e fragile, non concesso al loro genere di appartenenza . Imparare a riconoscere, nominare e gestire le emozioni è un pezzo fondamentale del benessere biopsicosociale di una persona. Rientra nella normalità provare tristezza o rabbia, e se i bambini non vengono educati e sostenuti a riconoscere e verbalizzare le emozioni, per riuscire a incanalarle in un modo adattivo per loro stessi e per gli altri, le loro azioni possono sfociare in azioni smisurate ed eccessive. L’aggressività diventa così il linguaggio comune e condiviso delle esperienze maschili. Inutile dire che non tutti gli uomini hanno questi comportamenti ma le statistiche ci dicono che gli uomini commettono la maggior parte dei crimini violenti.

Questa è mascolinità tossica e negarlo non ci aiuterà a risolverla.

7. Rinforzare l’idea che le ragazze devono essere “pure”

Si tramanda ancora l’idea che le ragazze debbano arrivare “pure” per il grande amore, ovvero al matrimonio. Così qualsiasi tipo di vestito che possa apparire eccessivamente seducente come una scollatura o una foto sui social in biancheria intima porta al giudizio negativo e a insulti gravosi. Dire alle ragazze che la loro verginità e modestia sono pezzi integranti della loro moralità è pericoloso, incluso il danno fatto nei confronti delle donne che sono state violentate e molestate. Come ha raccontato la sopravvissuta ad un rapimento e stupro Elizabeth Smart, enfatizzare la purezza può portare le vittime o survirvor di violenza sessuale a rinunciare a chiedere aiuto o denunciare. Inoltre concepire il sesso come un desiderio da poter soddisfare solo dopo il matrimonio significa non poter contare sugli adulti come figure di rilievo nel percorso di scoperta verso il proprio corpo, la relazione con l’altro e le norme di prevenzione non solo dal punto di vista fisico ma anche emotivo. Significa non poter discutere del consenso, dei dubbi normali durante l’adolescenza e affidarsi agli amici e media con il rischio di cadere in facili pregiudizi. 

8. Sii un vero uomo

Nella società patriarcale sembra che esista una sola forma di mascolinità: quella arrogante e aggressiva. Tutto il resto viene catalogato come “strano”, “gay”, “non accettabile”. Questo porta a perpetuare azioni e un lessico che sottolinea la necessità ad aderire alle pressioni sociali per essere accolto e incluso. “Sii un vero uomo” è la frase che anticipa stereotipi e pregiudizi che considerano la mascolinità un modo unico di essere. Così diventa normale essere concepiti come predatori, e vedere le donne come soggetto da possedere. 

9. Cosa hai fatto per farti picchiare?

Chiedere “che cosa gli hai fatto per farti picchiare?” insegna sia alla vittima che all’aggressore che una persona possa forza un’altra a compiere una scelta sbagliata. Questo messaggio assomiglia molto al “Cosa stavi indossando quando ti hanno stuprata?”. Come alternativa possiamo dire “Raccontami tutto quello che è successo dal principio” così da conoscere davvero tutta la storia prima di avanzare critiche e pensieri. Ricordiamo ai bambini che hanno sempre un’alternativa nella scelta di usare o no violenza o far male ad altre persone, e nessuno può forzare loro a farlo, qualsiasi sia la situazione.

10. Evitando di fare educazione affettiva e sessuale. Non insegnare al consenso. 

In Italia il sesso e l’affettività sono ancora dei tabù. Il rischio che i bambini e soprattutto gli adolescenti cerchino risposte in luoghi e persone, al di fuori del nucleo familiare è molto alto. Ad esempio la pornografia spinge verso una sola visione di sesso e poco realistica. Un’informazione precoce rientra nei fattori protettivi in senso globale. Noi ci relazioniamo sempre agli altri ed è doveroso attivare percorsi che trattino del rispetto del corpo altrui, delle emozioni proprie e degli altri, del consenso esplicito, rispettando le tempistiche altrui e fermarsi di fronte ad una risposta negativa. Spesso per gli uomini il consenso è un concetto difficile da comprendere perché mette in discussione la convinzione automatica che certe dinamiche siano dovute, per cui non ritengono di prestare attenzione a questo aspetto. L’educazione sessuale non addestra i giovani a fare sesso e i bambini a masturbarsi all’asilo, ma supporta il loro sviluppo sessuale, rendendoli consapevoli della propria sfera sessuale, accompagnandoli nell’esplorazione di emozioni e sentimenti connessi a questa tematica. Ne ho parlato meglio qui.

Dobbiamo mettere al centro la responsabilità collettiva che abbiamo come adulti che educano sempre ed in ogni istante.

Questo articolo si ispira e traduce parzialmente l’articolo di Joanna Schroeder, “6 ways we (accidentally) teach our kids rape culture” ma ho integrato con altre parti che reputo essenziali.

Trovate un approfondimento di queste tematiche nel mio testo “Dalla parte dell’educazione”

Se questo articolo ti è piaciuto e vuoi rimanere aggiornato sui prossimi in uscita ma anche per conoscere e raccontare storie e progetti su tematiche pedagogiche e sociali, puoi mettere un like sulla mia pagina facebook.com/diariodiuneducatrice

Annalisa Falcone
Sono un’educatrice e pedagogista. Non potrei immaginarmi a vivere felicemente senza questa meravigliosa e faticosa professione. Adoro leggere e la pedagogia è la mia passione più grande. Ho studiato e lavorato a Milano, Bologna e ad Alicante, piccolo e piacevole paese a sud della Spagna. Faccende di cuore mi hanno portato nel 2015 nell’affascinante Londra.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *