L’educazione ai tempi della mascolinità tossica

C’è un insieme di atteggiamenti, convinzioni e credenze che veicolano un’idea esclusiva e limitante di come un uomo dovrebbe essere. La mascolinità tossica delinea un modello unico dominante che include l’abolizione di tutte le emozioni più fragili, e la manifestazione di caratteristiche definite storicamente maschili come la violenza che esercita il potere e la rabbia. 

Questa è la mascolinità convenzionale che attraverso l’educazione trasmessa in famiglia, scuola ed i media viene veicolata rigidamente a bambini e ragazzi. Una visione inflessibile che elimina la possibilità di immaginare altri modi di essere al di fuori da quello imposto dalle aspettative sociali. Viene definita tossica perché oltre a restringere le opportunità e limitare la libertà di scelta, viene indotta e accolta come aspetto spontaneo e spesso genetico. Come una porzione di veleno che se assunto a dosi quotidiane si accumula nel corpo e diventa visibile solo quando oltrepassa certi confini.

Si educa seguendo inconsciamente il modello della mascolinità tossica fin dal momento in cui si attacca il fiocco azzurro alla nascita del bambino, continua quando si decide di offrire a lui solo una tipologia di giocattoli, viene incentivato a fare giochi di forza, mostrare il proprio potere e soprattutto a non piangere. I giocattoli che mettiamo a loro disposizione rappresentano solo una piccola parte delle possibilità sul mercato e influenzano il modo in cui i bambini comprendono ed esprimono loro stessi. 

Gli interessi dei pargoli vengono indirizzati a seguire le piste considerate “maschili” come calcio e rugby. In adolescenza la sensibilità viene bandita perché etichettata come femminile e si spinge verso la razionalità e la forza, caratteristiche socialmente maschili. Il rischio è che il mondo emotivo diventi così sempre più limitato e crudo di una parte importante come il riconoscimento delle emozioni quali rabbia, paura, tristezza e la loro seguente gestione.

Qualsiasi somiglianza che viene categorizzata come “femminile” viene bocciata e giudicata sotto una sfera negativa costruendo un pensiero antagonista contro tutto ciò che gli assomigli. Un modo di pensare ottuso e limitato che rinforza un punto di vista stereotipato. 

La tossicità si tramanda nell’obbligo di seguire un preciso schema cosicché diventi un lato abitudinario e caratteriale del singolo distruggendo qualsiasi altra possibilità. In questa bolla, i bambini diventano ragazzini, poi adolescenti fino a diventare uomini. Si avvicinano e conoscono la sessualità con poca complessità e tante informazioni superficiali assorbite dal gruppo dei pari e dalla loro fedele alleata in questo campo: la pornografia. 

L’inesistenza dell’educazione sessuale a scuola, l’imbarazzo delle famiglie aiuta a costruire un castello di stereotipi e false convinzioni che descrivono l’altra come una preda da conquistare, maneggiare a proprio piacimento. Si trasmette (spesso involontariamente) la cultura dello stupro, ovvero un insieme di comportamenti, termini linguistici, atteggiamenti che trasmessi culturalmente diventano pratiche abitudinarie con cui gli uomini pensano e si approcciano alle donne. Un insieme di abitudini che portano alla violenza sessuale come prodotto finale. 

In questo contesto, l’eterosessualità è data per scontata e qualsiasi tipo di atteggiamento o avvicinamento all’omosessualità viene bandito e giudicato senza clemenza. La mascolinità tradizionale diventa un’imposizione dettata dalle regole sociali, e così il coraggio di sottrarsi per essere “altro” rientra nel rischio di assumere il ruolo di outsider andando incontro a giudizi, trasformazione dei legami sociali e discriminazioni. I ragazzi crescono indossando una maschera rigida fino al punto in cui loro si identificano con essa. 

La mascolinità tossica si sviluppa attraverso un circolo vizioso in cui uomini e donne contribuiscono ad alimentare e ne subiscono le conseguenze

I numeri dell’Istat sulle violenze sulle donne sono eclatanti ed insieme ai dati dell’OMS che gli uomini decidono di suicidarsi più delle donne dimostrano quanto un’educazione fondata sul controllo delle emozioni, sull’espressione costante della forza fisica sia nociva per tutti i generi. 

Appare scontato ribadire che non tutti gli uomini sono affetti dalla mascolinità tossica: c’è chi è stato educato seguendo altre direzioni, chi è riuscito a liberarsi da questa maschera da adulti, ma le pressioni sociali sono ingombranti per tutti quanti.

Ci sono stati dei cambiamenti importanti ma non bastano. Proprio in virtù di questi passi in avanti, si sminuisce la tematica e i problemi che ne derivano. Nel suo libro ormai diventato un punto di riferimento del femminismo, “Dovremmo essere tutti femministi”Chimamanda Ngozi Adichie scrive:

“Facciamo un grande torto ai maschi educandoli come li educhiamo. Soffochiamo la loro umanità. Diamo alla virilità una definizione molto ristretta. La virilità è una gabbia piccola e rigida dentro cui rinchiudiamo i maschi”.

Ed è proprio qui che dobbiamo ribaltare gli schemi e attivarci per modificare le pratiche educative in ottica di pedagogia di genere.

Non c’è una gara tra generi, non deve perdere uno per dare valore all’altro. Vivere all’interno di una società inclusiva influisce positivamente sul benessere globale (fatto di salute fisica e mentale) di tutte le persone che la vivono, senza esclusioni. Questo dovrebbe essere il moto universale che spinge gli adulti a cambiare i paradigmi dell’educazione corrente. Una consapevolezza maggiore degli adulti è fondamentale nel percorso verso la parità.

In questi termini, ci sono state diverse campagne pubblicitarie che hanno mostrato una prospettiva diversa dell’essere maschi, evidenziando un lato più emotivo tanto quanto necessario nel vivere la propria mascolinità. Tra le campagne pubblicitarie degne di nota è necessario citare “The ben men can be” di Gilette, invasa dalle critiche proprio per aver raccontato un punto di vista ancora di nicchia.

Per approfondire la questione trovate qui una serie di testi che analizzano questa dinamica. Tra tutti consiglio la bibliografia di Lorenzo Gasparini, tra cui “Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni”. L’autore analizza con chiarezza il percorso la vita di un uomo ripercorrendo il suo percorso dall’infanzia all’età adulta, per mostrare come il sessismo influenzi in modo nocivo e pericoloso il suo sviluppo e la sua visione del mondo.

Per quanto riguarda invece gli albi illustrati per bambini, sottolineando come i libri non sono delle pillole magiche che risolvono probemi, sta sorgendo una massiccia pubblicazione sensibile a queste tematiche. In questo articolo trovate diversi consigli ma il mio preferito è “Nei panni di Zaff”. Un piacevole testo, accompagnato da illustrazioni bizzarre che racconta un cambio di panni inusuale.

Trovate un approfondimento di queste tematiche nel mio testo “Dalla parte dell’educazione”

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Annalisa Falcone
Sono un’educatrice e pedagogista. Non potrei immaginarmi a vivere felicemente senza questa meravigliosa e faticosa professione. Adoro leggere e la pedagogia è la mia passione più grande. Ho studiato e lavorato a Milano, Bologna e ad Alicante, piccolo e piacevole paese a sud della Spagna. Faccende di cuore mi hanno portato nel 2015 nell’affascinante Londra.

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